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Ieri mattina mia madre mi telefona, la voce allarmata: “Manuela, ti hanno cercato qui, era una Segreteria, han detto che ti hanno telefonato e tu non hai risposto.” Un tono che nemmeno la Gestapo, ma si sa, l’ansia è una cosa di famiglia.
Controllo, nessuna telefonata.
Ho richiamato io e, dall’altro capo, una vocina mi ha risposto.
“Senta, io ho bisogno di sapere come si è abilitata.”
Voleva un titolo, un concorso, uno straccio di numero con data e voto.
Abilitato, che brutta parola, pensavo, mentre snocciolavo le pratiche che mi avevano portato a sviluppare, anche se non del tutto, quell’aggettivo.
Come se a abilitare all’insegnamento fosse quel pezzo di carta. E non quella volta in cui quel bambino ti ha fatto la cacca sulle scarpe, o quell’altra in cui Lei ha scritto “ciao” col mouse nonostante la tetraparesi spastica, e ti ha sbavato su tutta la manica ma non importava, o quella volta in cui, alla tua prima supplenza con i “Grandi”, ti hanno appeso un poster porno e tu hai continuato a spiegare la Prima Guerra Mondiale come se nulla fosse, o quella volta in cui hai capito di aver involontariamente e irrimediabilmente deluso un gruppo di ragazzi a cui volevi bene, e hai pianto, quando ti sei sentita inadeguata, o quella volta in cui: “prof, abbiamo comprato quei libri perché ci è piaciuto come ce ne ha parlato lei”.

Certo, bisogna studiare, prepararsi, sgobbare, sudare. Ma ci sono cose per cui non ci si abilita mai.

Intanto, mentre il coccodrillo retorico dei giorni passati scorreva nella mia mente, la segretaria rispondeva con un: “Grazie, ma sono ancora molto confusa.”
Forse è vero, non ci si abilita mai abbastanza, non si è mai abbastanza capaci.
Ho chiamato mia madre, per rassicurarla.
Le ho spiegato tutto. Lei naturalmente ha detto “Ah, sì.”
Ma probabilmente non ha capito niente.

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