La settimana scorsa ho sostenuto un esame che probabilmente non dovevo dare.

Seduta tra i banchi di una grande aula, tra il disordine generale tipico di un concorso organizzato nella Scuola Italiana – personale impreparato a dare le informazioni richieste, istruzioni contraddittorie, buste piene, buste vuote, un ritardo di quaranta minuti – riflettevo sulla costanza, su quanto fossi diversa dalla prima volta in cui ho affrontato un esame del genere. Forse solo meno giovane, forse solo più rassegnata.

Tra facce giovani e volti meno giovani, chi studiava fino all’ultimo minuto, chi parlava dei suoi titoli, mi chiedevo cosa ci facessi ancora lì, ad aspettare le 42 risposte giuste su 60.

Quando sono uscita il caldo della città esplodeva sull’asfalto, come un anno fa, lo stesso giorno, altro concorso, altra storia.

Poche ore fa ho scritto a una persona a cui probabilmente non dovevo scrivere.

Seduta di fronte alla tastiera, ripetevo le parole che mi ero preparata mentalmente, da giorni, appena prima di dormire. “Mi dispiace, le parole non servono, il tempo.” Ma scrivere a una persona che ha subito una grave perdita è sempre meno facile di come ci immaginiamo.

Guardavo le parole scorrere, cancellavo, aggiungevo, esitavo. Quando ho premuto il tasto “invia” ho chiuso gli occhi.

Stamattina mio nipote si è presentato a casa mia con la bici, la catena bassa, gli occhi dispiaciuti, le mani sporchissime.

Aveva fatto un’impennata che probabilmente non doveva fare.

Ho preso la bici, l’ho capovolta e ho rimesso su la catena, come mi è successo di fare altre mille volte, in un passato che ogni giorno si allontana ma che è più vivo di quello recente.

Mi ha guardato con stupore, come se conoscessi un segreto che, per una forma di pudore, non mi ha chiesto di rivelargli.

Quando siamo rientrati si è mangiato un biscotto come se fosse il più buono del mondo.

“Non sapevo di avere una zia meccanico”, mi ha detto.

“Nemmeno io”.

Intanto il cielo si era fatto più scuro, le nuvole basse.

Quando siamo rientrati gli ho acceso la televisione. C’erano dei pinguini che dipingevano.

Io ho ripreso in mano il libro che stavo leggendo e ho ricominciato dal segno, che forse era la cosa migliore da fare.

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