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Un po’ di giorni fa ho visto l’alba. Era un po’ di tempo che non mi accadeva.

Ero seduta fuori in un cortile di un locale, le candele a scandire i percorsi ghiaiosi del giardino, il profumo di ortensie, la voglia di tornare a casa, ritirarsi, dopo una serata protratta troppo a lungo.

Attorno a un tavolo, gli ultimi deliri degli amici più ubriachi, progetti surreali.

Il fresco sulla pelle stemperava il calore del giorno, sulle spalle nude qualche brivido, l’umidità del giorno più lungo dell’anno, tra i bisbigli della festa che si stava spegnendo e chi continuava a dimenarsi scoordinato al suono di una hit decisamente Anni Novanta.

I miei occhi, fissi sulla luna. Aguzza, luminosa mentre il cielo si faceva di un azzurro irreale, si aggrappava al buio che stava finendo, a me che lo portavo in un pensiero veloce, profondo.

Il vantaggio di certe notti sta proprio nel momento in cui toccano il loro punto più alto, per poi cedere il posto ad una luce impacciata, come chi barcolla cercando un sostegno, un passaggio – “Andiamo a casa?”- o chi si è assopito su un divano al riparo.

Una luce come una piccola sconfitta. Tutto è tornato nitido, lineare, perdendo il mistero che l’aveva reso interessante.

Improvviso, il sonno come un crollo, la luna ormai lontana, un torpore fastidioso, addosso.

Mi si è avvicinato un uomo anziano e mi ha detto: “Cos’ha? Ha gli occhi tristi.”

“Tristi? No, è solo la notte.”

“La notte?” mi guardava allibito.

Mi sono tolta dall’impasse imputando ogni responsabilità al sonno, alla stanchezza accumulata.

Ma sono sicura che non abbia capito niente.

 

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