Stamattina mi sono svegliata tardi.

C’era un cielo pesto che premeva sugli orli della finestra, un cielo che accetto meglio a novembre o in un altro lunedì qualsiasi.

Mi sono vestita in fretta perché avevo incombenze burocratiche da espletare, code da fare, domande assurde da porre.

Ero già in ritardo.

Ho parcheggiato in un posto a pagamento e la macchina per il pagamento era rotta, quindi non ho pagato. Ero dietro a un camioncino dei traslochi e mi sono accorta che era sotto la casa di una famiglia per cui avevo lavorato quattro anni e mi sembrava di aver sempre lavorato bene, poi un giorno basta, non si erano più fatti sentire e io non li avevo più visti e ora lavora un’altra per loro e io mi ero arrabbiata ma poi niente, mi era passata.

(Dopo un po’ passa, sempre.)

Sono scesa e ho attraversato velocemente la strada, mi sono infilata in quell’ufficio e c’era pochissima coda, solo che io mi sono incantata pensando a chissà cosa e quando la signora di uno sportello nascosto ha urlato “avanti” una donna mi ha preso il posto.

Ho compilato tutto, gesti che anno dopo anno si stratificano, si fanno accumulo di esperienza e esistenza, fanno sentire sempre meno, o sempre di più, allontanandoci dall’entusiasmo.

Avevo addosso la sensazione strana di chi passa dal “tutto da fare” al “nulla da fare”, con un senso di stordimento, come nei giorni dopo le sbornie peggiori.

Quando sono uscita mi sono infilata velocemente nel flusso del traffico e della gente. Il camioncino dei traslochi era ancora lì, nella casa nuova che non vedrò.

Un’estate davanti, tutta da decifrare.

Ha iniziato a piovere, in modo lieve e insistente.

Ho messo in moto e sono ripartita.

 

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