Ieri ero seduta su una panchina, sotto un albero.

L’ombra delle foglie attraversava lievemente, a tratti, la superficie del muro, muovendosi ritmicamente a causa della brezza.

Ero vicina a mia zia ottantenne, che mi parlava con l’entusiasmo e la serietà che hanno certe persone che sono state giovani molto tempo fa, di quanto fosse ansiosa di vivere ogni istante, di stare con le persone vivaci, assimilandone l’allegria, di godersi gli attimi, senza dover più aspettare.

Parlava e fumava piano, a boccate lente e il fumo usciva da quella bocca raggrinzita, ogni ruga un’emozione di giorni lontani.

Il suo golfino bianco, di lana, odorava di fiori e di buono, come lei, da quando è vivo il mio ricordo.

Aveva le mani calde, ruvide e segnate da tanto lavoro e freddo, eredità di tutta un’esistenza.

Quando ha finito di fumare si è passata un fazzoletto agli angoli della bocca e mi ha guardata.

C’era, improvvisa, una luce diversa nei suoi occhi, come un alone, distante.

Mi ha guardato e, piano, si è avvicinata all’orecchio, chiamandomi con il nome di mia sorella.

“Sono Manuela” ho detto.

“Ah, Manuela, sì, sì” e sembrava un po’ scocciata, tornando completamente in sé.

In quell’attimo, chissà dov’era stata, un viaggio lontano, nei pensieri distantissimi da noi.

L’ombra, intanto, si era fatta un po’ più fredda, inospitale.

“Il tempo passa così in fretta.” Ha detto, ridendo.

In effetti ci chiamavano per il dolce ed era veramente il momento di rientrare.

 

 

 

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