Una bolla. Chiusa a chiave.

Quando penso a certi episodi della vita mi capita di non ricordarne nitidamente i contorni. Come se la memoria, di solito buona, li avesse ovattati, o scagliati in una profondità innaturale, per cui, paradossalmente, emergono particolari inutili – un vestito, una frase, un gesto di vent’anni fa – e affondano elementi rilevanti.

Riposano, in una bolla chiusa a chiave.

Pochi mesi fa ho letto quel bellissimo libro che è “La caduta” di Diogo Mainardi.

Era l’inizio di gennaio, un inverno mite alla finestra e, pagina dopo pagina mi lasciavo prendere dal calore di ogni frase, ogni parola che pesavo ed aveva la forza di un macigno, denso ma bello, e lieve, pur scavato nell’abisso del dolore.

Ad un certo punto mi sono fissata su un’immagine in una pagina del libro. Fissavo e pensavo a dove l’avevo già vista. Una scossa improvvisa, come un risveglio.

La bolla, aperta.

Guardavo quell’immagine ed ero lì, tre, quasi quattro anni fa, una vita, un mondo diverso che ho assorbito male, rigettato.

Un caso “delicato”. La scuola primaria, un sostegno.

La paura, il senso di inadeguatezza. Gli occhi di W. Fissi nei miei.

La mia superbia che si infrange contro la mia incapacità.

W. ha gli occhi che parlano. Lei non parla. Lei si muove a malapena.

“Un vegetale” dicono, quelli che non capiscono nulla. W. ha avuto una paralisi cerebrale.

E tu devi insegnare, dedicarti a qualcosa, a qualcuno che non conosci. Non conosci lei, non sai più chi sei veramente.

Lei ride. Capisce, ti guarda.

E spesso ti sbava sulla mano. I primi giorni hai paura, ma poi lavori, ti scoraggi, ridi, ti immergi in quel mondo e quando è finita piangi.

Vorresti non lasciarla mai.

Ma il lavoro è finito e lei avrà un’altra insegnante, più specializzata, sicuramente più brava.

E tu sei già lì che pensi ad altro.

E ora che sono passati tre, quasi quattro anni, sei lì che leggi “La caduta” e senti che tu hai sfiorato quello che da fuori è solo dolore, che dentro è anche gioia, grande.

Tu non sei più quella che eri, sei passata attraverso la caduta e ti ha fatto crescere ma l’hai dimenticata.

Sono passati molti giorni e non ti sei più fatta sentire, non sai nulla di lei, se è cresciuta, se ha imparato quel che tu hai tentato, forse fallito.

All’ultima pagina del libro avevo un nodo in gola. Sentivo che la bolla era aperta, i ricordi liberi, facevano male.

Ho preso il telefono e ho mandato un messaggio.

“Sono Manuela, è da tanto tempo che non mi faccio sentire. Come state?”

La madre risponde immediatamente.

Organizza un incontro.

Sono andata a trovarla, impacciata come un fidanzatino al primo appuntamento. Un regalo nella borsa – cosa regali a una bambina di dieci anni che non conosci più? – e tanta paura.

Era l’ora della merenda e quando sua madre ha aperto la porta e l’ho vista ho capito perché ero lì.

In un attimo, la bolla scoppiata, la mia caduta compiuta, gli anni di insegnamento che pesavano come macigni sulla mia scarsa competenza umana.

W. sorrideva, seduta. Raggiante.

Abbiamo mangiato, scherzato, osservato i suoi quaderni.

Per tutto il tempo mi ha guardato.

Sua madre ha tirato fuori una foto di quattro anni fa, siamo noi due, ridiamo. La foto era molto impolverata.

Continua a guardarmi con curiosità. Devo andare.

 

Quando sono tornata, un tramonto freddo illuminava la strada di casa, le montagne.

Ero stranamente felice.

Ho preso il libro dimenticato distrattamente sul divano e l’ho sistemato nella libreria.

So che non mi ha riconosciuto. Ma a me è bastato riconoscere quei giorni, in lei.

“Saper cadere ha molto più valore che saper camminare” D. Mainardi, “La caduta”, Einaudi, 2013

Annunci