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L’altro giorno ero seduta in una stanza piena di sole e ho pensato alla passione.

Ascoltavo, poco distante, il discorso tra due donne che, con fare concitato, parlavano, forse del figlio di una delle due.

“Gli manca la passione” diceva, una delle due.

L’altra, con fare secco e pragmatico: “Cosa vuoi che conti, la passione, oggi. L’importante è che arrivi al diploma. L’importante che stia bene.”

Ascoltavo e mi chiedevo se fosse più triste questo ragazzo senza passione o il fatto che la passione non contasse nulla. Pensavo e non ne venivo a capo e mi chiedevo cosa fosse, in realtà, quella passione, se non si fossero sbagliate tutte e due.

Se la passione sia una cosa che si impari col tempo.

Se sia un trascurabile accidente.

Passione, dal Greco antico πάθος (pàthos – sofferenza, passività) è da sempre termine connesso al dolore. Un piacere separato dal patire in modo sottile, labile.

Ascoltavo e non capivo, forse perché ho passato una vita ad appassionarmi anche alle cose più inutili, semplici e stupide e pensavo che forse stava lì il segreto. Forse non mi è mai servito a nulla, ho perso tempo.

Ascoltavo e le voci erano sempre più lontane e nella testa si inanellavano pensieri e passioni, come quella volta che, oppure quell’altra in cui, o ancora un’altra per cui. Sorridevo.

La passione come una lente, un nodo, una spina, correva come un improbabile film nella mia testa.

Come quella volta che una ragazzina, dal nulla, mi disse “lei è appassionata” e io le dissi “grazie, che parola bella, non so se me la merito”.

Ho smesso di ascoltare, si era fatto tardi.

La stanza era piena di una luce arancione e a me batteva il cuore. Forte.

La giacca arancione di una delle due signore si fondeva con i raggi del tramonto, un’idea di calore.

Mi sono alzata, contenta che avessero torto.

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