Stamattina, mentre spiegavo un sonetto di Petrarca, mi ballava in testa la parola vanità.
“Tutto è vano”, dicevo, ma mentre lo dicevo pensavo che forse anche le mie parole, in quel momento, un giovedì di sole dopo tanti giorni di pioggia, fosse qualche cosa di inutile.
Subito dopo pranzo sono salita per una stradina in collina da cui si vede tutto. Montagne, città, anche il brutto che la deturpa.
C’era un’aria chiara, camminavo e il sole illuminava la mia pelle scoperta, pallida, quasi stupita di tanto sole, tutto insieme.
Lungo la strada ho osservato i muri. Quelli al sole, come impolverati, brillavano di un arancione vivo, quelli all’ombra avevano la bellezza delle cose che rimangono nascoste, come in attesa.
Poi c’erano le porte. Le porte piccole, i portoni, le porte sbarrate, quelle che non apre più nessuno. Le porte chiuse che parlano di passato.
Nel primo pomeriggio ho partecipato a una riunione e mi sono meravigliata di quanto le persone riescano a parlare di obiettivi e percorsi, di progetti, senza stancarsi mai.
Quante parole nell’aria. Ho ascoltato per un po’, guardavo le braccia sbracciarsi, i volti contrarsi nell’emozione e nel disappunto.
Io li guardavo e pensavo alle porte chiuse, a quanto l’importante sia relativo.
La vanità delle parole come una scheggia nella carne, un fastidio.
Quando sono uscita era tardi, il sole era ormai tramontato.
Ho messo in moto e alla radio c’era un tipo che raccontava di Pietro Aretino che pare sia morto per una risata.
Mi sono addentrata nel traffico, in perenne riserva.

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