Oggi pomeriggio mi aggiravo distratta tra gli scaffali del supermercato – senza liste, senza carrello – quando l’occhio è stato attirato dalla presenza, che non ricordavo da anni, di una merendina, una ciambella che andava fortissimo negli Anni Ottanta, compagna assidua nei miei intervalli alle Elementari.

Mi fermo, fisso l’articolo – la grafica uguale – e ripenso immediatamente alle volte in cui, da bambina, sperimentai il brivido del soffocamento aspirando lo zucchero a velo dalla sua superficie. Un’apnea improvvisa, la tosse, la complessa gestione del dolce, la bocca sporca fino al naso, inesorabilmente.

Mentre io gioco a fare Proust non mi accorgo della commessa che mi guarda stupita e mi chiede se ho bisogno di qualcosa.

“Niente, grazie” dico, ma so che arrossisco in modo evidente.

Se solo potessi spiegarle, di certo non capirebbe.

Una persona, pochi giorni fa, mi ha detto: “Ultimamente pensi sempre al passato”. Io le ho risposto che non è proprio così, che cerco di vivere il presente nel modo più oggettivo possibile, che, in fondo, non è colpa mia se i ricordi mi vengono a cercare nei momenti più inopportuni. (“Sono una donna medievale forse, non ho prospettiva storica.” Ma questo non l’ho detto, avrebbe complicato inutilmente la conversazione.)

Crescono certi pensieri e si muovono nei contesti più vari.

Ieri stavo interrogando e ho domandato chi fossero “Le donne dello schermo” per Dante e, prima ancora di ricevere la risposta, ripensavo a quante volte mi fossi sentita dalla parte di queste donne, immaginandone la forma, il sentire, a dispetto di una Beatrice così ideale da risultare antipatica, ma poi mi sono ricomposta e sono tornata nel mio ruolo, seria.

L’oggettività, che gran cosa.

Rincorrerla, uno sforzo incredibile. Un lavoro quotidiano di impegno e abnegazione, ma sul più bello c’è sempre lo zucchero di una ciambella che rovina tutto. Un attimo, il fiato corto, il cuore che batte all’impazzata, pensieri sparsi che invadono il reale, lo sporcano fino al naso.

C’è che la realtà ha un’anima complessa, e in questa complessità ci sono tutta dentro, a piedi uniti, incantata davanti agli scaffali del supermercato, in una sera di febbraio.

“… la realtà ha un’anima, la realtà è consapevole di sé stessa e di noi, e oltretutto non è impressionata da noi o dai nostri tentativi di vederla. A dirla tutta, la vediamo tutto il tempo e non ce ne rendiamo conto, forse non siamo in grado. In un certo senso è come l’amore.” (da Percival Everett, Glifo, Nutrimenti, ed. italiana 2007, che ho letto da poco ed è un libro bellissimo.)

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