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Guardo fuori dalla finestra. Nevica piano.

Un gennaio quasi tiepido, ecco la sua conclusione, a farci capire dove siamo, come.

Improvviso, come certi sogni o certe immagini mentali, un ricordo è nitido, davanti agli occhi.

Gennaio, un giorno freddo ma non nevoso, di tanti anni fa.

Ho i capelli corti, il fiato corto, un paio di pantaloni neri. Velluto.

Mia sorella ha una Punto verde e dice che devo fare in fretta, che non ha tempo per portarmi alla stazione.

Passiamo dei giorni pessimi, è successo qualcosa che ha minato la nostra serenità.

Ci è successo qualcosa di spiacevole, ma tutto continua come se niente fosse. Forse più veloce.

Mia sorella mi porta alla stazione, io guardo dal finestrino ed è tutto confuso.

Sono pallida, ho il viso scavato, ho paura. Paradossalmente della cosa più semplice.

Oggi darò il mio primo esame, “Linguistica generale”. Il primo esame che in realtà è il secondo. “Geografia economica”, scritto, è stato un esame anomalo, quando mi sono alzata ho detto “Tutto qui?”.

Quindi questo è il primo. Mi tormento le mani.

Ho studiato, ma poi ho pensato che non ce l’avrei fatta, troppi pensieri, troppa paura che la vita non sia più come prima.

Ma ho studiato.

E son salita su quel treno.

Quattro fermate, nel bianco immobile dell’inverno delle mie parti, una paralisi del colore. C’è una persona che conosco, sul treno, parliamo, mi distrae da me – mi stupisco come a distanza di anni ricordi certi dettagli, ribadisco, la mia mente è piena di ricordi inutili – continuo a tremare, nonostante il riscaldamento.

E’ un giorno qualunque di gennaio. Non per me.

Fa più freddo dentro che fuori.

Percorrendo a piedi il tragitto fino all’Università – portici bianchi del periodo post festivo, un lucido abbandono al grigio cittadino – penso che forse avrei fatto meglio a starmene a casa, che abbiamo bisogno di stare insieme, che dobbiamo agire uniti e invece io sono lì, a pensare al mio esame, piccola egoista.

Mia madre mi ha detto: “Va’, va’”, e sembrava irritata, ma voleva solo che facessi quel che era giusto.

Arrivo all’esame con largo anticipo.

La Professoressa è una donna comprensiva, accompagna fuori una ragazza che aveva sbagliato tutto, le dice: “Prenda un po’ d’aria”.

Io non respiro. Ho diciannove anni e tutto sta cambiando. Il mio stato di infanzia prolungata si è definitivamente concluso in questi giorni di gennaio.

Parlo piano, scandisco bene le parole. Fonemi, alfabeto IPA, Langue e Parole, tema e rema, fonemi, semantemi. Perfetto.

Ho i capelli corti, il fiato corto, un paio di pantaloni neri e un trenta sul libretto.

La vita mi sembra un po’ più morbida uscendo da quella stanza. Velluto.

Tornare a casa come una fitta al cuore, decido di prolungare il mio piccolo momento felice camminando ancora un po’ in quella fredda città che sto imparando ad amare.

Telefono a casa. “E’ andata bene” dico. Mia madre risponde: “Lo sapevo”.

“Andrà tutto bene” mormoro tra le labbra strette, sfregando le mani bianche di freddo.

Passiamo dei giorni pessimi, ma andrà tutto bene.

Fuori, oggi, in un altro gennaio qualunque, continua a nevicare, piano.

Ho i capelli lunghi, una maglia pesante, guardo oltre la finestra e rivedo la me di quel giorno.

Se provassi ad appoggiare l’orecchio al vetro potrei sentirla, ma la lascio andare.

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