C’è tutto un universo di parole sbagliate.

Non che esistano parole giuste. Esistono parole. Momenti.

L’altro giorno mi hanno chiesto di scrivere una lettera in cui elencare pregi, qualità, motivazione di una persona che conosco da pochissimo.

Dio, che responsabilità.

Fisso il foglio, scrivo. Rileggo. Cancello. Riscrivo. Smetto.

– Mi si dà una fiducia che non merito. – Penso.

Come le volte in cui, puntualmente, quando si fa un regalo, mi si dice: “Scrivi il biglietto, dai, se non lo fai tu.”

Se non lo faccio io è perché i biglietti di solito li leggo, se li leggo li ricordo. Se li ricordo vorrei che le parole fossero belle.

Dare un peso alle parole, cosa che faccio, non faccio abbastanza.

Un po’ di anni fa mi arrivò un regalo con un biglietto che recitava: “Ti auguro una vita tutta in salita.”

In salita, già, come se non fosse già abbastanza faticoso.

Per la stessa occasione ricevetti un bonsai. Verde, piccolo. Un ficus, mi pare.

Il biglietto che lo accompagnava diceva: “Che questa pianta duri quanto il successo che meriti ed avrai.”

Il ficus perse rapidamente tutte le foglie e dopo quindici giorni seccò completamente.

Mia madre lo buttò in un’aiuola, lo dimenticò per un po’ di tempo, in un mese piovoso. Si riprese lentamente, per poi morire in modo definitivo.

Le parole giuste, già.

Poco tempo fa ho trovato una vecchia foto di classe. Mi ha colpito una dedica, che al momento non compresi appieno.

“Alla tenacia silenziosa”, diceva.

Alla tenacia. Silenziosa. A me.

Chi l’ha scritto aveva capito tanto.

Io no.

Resto ancora un po’ davanti a questa lettera, bianca, al foglio muto, e penso che a volte basterebbe un po’ di silenzio in più, dimenticarci di noi, per trovarci.

O perderci del tutto.

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