“… ma la lingua del cuore è una lingua morta, oppure, quando la parli, nessuno capisce il tuo accento.” (“Il mio colore preferito è il nero” in B. Malamud, “Prima gli idioti”.)

La mia testa è piena di ricordi inutili.

Ricordi piccoli, insignificanti, forse, di quelli che non puoi confrontare con nessuno. Sono lì, ma la memoria collettiva li ha definitivamente schiacciati, omessi nell’ellissi dei giorni tutti uguali, volti al domani. Sembra che solo tu li tenga, come gli scontrini sdruciti nel portafogli.

“Dormivo molto, facevo sogni strani, dettagliatissimi, leggevo dei racconti di Malamud. Era gennaio, di nuovo.” Questo, penso, il ricordo che mi porterò di questo inizio. O forse no.

Ho dormito tanto, è vero. Inspiegabilmente mi sono immersa in un sonno improvviso e inconsueto, per me, il pomeriggio del 31 dicembre, in una Vienna buia e piovosa, ed ho sognato sogni complicatissimi e tormentosi.

Erano sogni difformi, ma al risveglio avevano lasciato qualcosa di buono, come una carezza.

Nel frattempo avevo iniziato a leggere “Prima gli idioti” di Bernard Malamud. Iniziavo i racconti e mi perdevo completamente, incantata da come anche il brutto, descritto in quel modo, potesse diventare meraviglioso.

Ho desiderato essere quella donna delineata come “esemplare discutibile di bellezza femminile, ma la fantasia può abbellire qualsiasi cosa”, e di “piangere con tutto il corpo, come un bambino”, mentre mi commuovevano il negozio vuoto di Sam, “la lingua che giace inutile” del profugo tedesco, la sua “complicata malinconia”, tremando per il freddo con il corvo Schwarz.

Le parole mi permeavano la pelle, le assorbivo rapide e si complicavano al livello del subconscio. Le sognavo, opache, luminose, come i “grossi fiori giallo vivo che luccicavano sull’erba sbiadita nell’aria cupa di novembre.”

C’era una bellezza dolorosa che mi abbracciava i pensieri. Di notte continuavo a galleggiare in situazioni incredibili e confuse, poi, quando mi svegliavo, avevo addosso una strana nostalgia.

Una nostalgia del presente, della solitudine.

“Che cosa straordinaria il presente – pensò. Nel presente, una persona è ciò che sta diventando, non ciò che è stata. […] Il passato creava difficoltà solo se glielo si permetteva. La gente ne aveva paura perché pensava condizionasse il futuro.”

Dormivo dei sonni profondissimi, come gli animali in letargo, leggevo dei racconti di Malamud, ne vivevo la bellezza nel dolore. Sognavo. Mi risvegliava la malinconia. Era gennaio, di nuovo.

Chissà se me ne ricorderò.

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