prigione

Stamattina, al risveglio, avevo i pensieri pesanti di ogni lunedì.

Mi sono preparata distrattamente, ho pensato che questi pantaloni potessero starmi ancora meglio, che questa espressione facciale era veramente pessima e, mentre stendevo un velo di crema sulle mani, ho sentito il freddo consueto delle estremità, la pelle troppo sensibile.

Uscendo, mi sono goduta il sole nascente che in questi giorni sembra ancora più luminoso, tagliente e mi sono infilata nel traffico mattutino.

Le ore di lezione sono volate dritte verso l’impegno che concludeva la giornata. Uno spettacolo teatrale in carcere.

Come spesso accade, ho affrontato la cosa con un distacco, se non indifferente, forse affrettato.

Arrivati al carcere, mi sono resa conto che non ero mai stata in un luogo simile. Ho iniziato a guardarmi attorno. i ragazzi parlavano, ridevano. Ordinatamente, ci hanno fatto entrare.

All’atto della perquisizione ho visto le facce incredule dei giovani, alcuni mi cercavano con lo sguardo, percepivo se non il fastidio, lo stupore.

Attraverso un cortile assolato e deserto ci troviamo in una sala, un teatro vero e proprio ricavato nei locali della struttura.

Si spengono le luci, entrano gli attori.

Li guardo, incerta su cosa ci aspetterà. Uno spettacolo basato sulla figura di un padre assente.

(Eh).

Un teatro fisico, che scava la battuta ricercando il significato nella mimica e nel movimento.

La musica forte, il ballo. le parole. Li guardo attenta, senza pensieri.

D’un tratto il locale si è fatto molto stretto. E’ mio il corpo che si sente male, a disagio.

Sento freddo, contorco le mani che odorano ancora di crema.

Recitano, ma parlano del loro dolore, che improvvisamente è diventato anche il mio dolore.

Hanno facce che raccontano molto del poco di buono che c’è stato nelle loro vite.

Sono ricordi, impressioni.

– Se ci fossi stato, non credi che le cose per noi sarebbero cambiate? –

L’ultimo attore, prima di uscire di scena, dice, al padre che non tornerà: “Vieni, al mare, questo mare che ci contiene tutti”.

Penso al mare. Spero che non si accendano le luci in quel momento, ho un nodo in gola che non mi scende. La prigione d’un tratto si è fatta ancora più buia, mentre il teatro fa il suo corso ancora una volta.

Quando la sala si illumina, il cuore mi fa uno strano movimento. Il freddo è ovunque: nelle mani, nell’arco della schiena, nelle gambe accavallate che trattengono il calore e il residuo tremore.

In un attimo siamo fuori, dal buio alla luce accecante di un lunedì di novembre. Quasi tiepido, ventoso.

Una brezza fresca ci accarezza il viso, i pensieri.

I ragazzi ridono, tornano a schiamazzare.

Il sangue torna a fluire, a fior di pelle. Assaporo i raggi dorati che mi sfiorano, penso alla libertà, alle prigioni che spesso ci creiamo, da soli, al mare.

Mi guardo riflessa nel vetro di un auto e penso che, in fondo, questi pantaloni non mi stanno niente male.

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