Un po’ di tempo fa mi è capitato di parlare di un’espressione che in Piemontese suona come “bruciacuore”, che, vicina al Francese, si pronuncia “brusacoeur”.

Si tratta di una sensazione simile al bruciore di stomaco, nulla di così poetico, un nodo che stringe e soffoca, al livello del cuore, soprattutto quando non si è digerito. Un pranzo, una delusione, un dolore. A scelta.

Una sensazione che conosco bene.

La sento da sempre e non avevo mai fatto caso a quanto i numerosi dialettalismi permeino la lingua parlata, ogni giorno, frutto di sostrati e prestiti, che si affastellano e, a volte, vengono fuori improvvisamente.

Io non sono una “parlante” ma, abitando in un paese piccolissimo, convivo da sempre con dialetto e gergalismi. Alcuni non li sopporto. Altri – pochi – mi sembrano spassosissimi.

L’altro giorno un ragazzo, a scuola, sbraitava per la paura di una “Punasa” (la cimice, puzzolente spauracchio dell’autunno paesano), un altro mi ha detto, “Bon, prof, non ce la faccio a finire”.

Un giorno, poi, ho acceso la tv e c’era una signora che, per spiegare una sensazione di profondo sgomento che l’aveva colpita, in questi giorni in cui la mia provincia sta mostrando il lato più oscuro, diceva “Lasciatemi perdere, che siamo un po’ tutti fuori quadro in questi giorni”.

Essere fuori, come se la vita fosse un quadro in cui ogni cosa ha il suo posto, un’inquadratura che da personaggi ci riduce a comparse fuori fuoco.

E mi è sembrata una definizione perfetta.

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