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Anni fa, in un ufficio del Dipartimento di Scienze Letterarie e Filosofiche dell’Università di Torino, il mio relatore della tesi, esimio professore di Letteratura Italiana, prese da uno scaffale della libreria la rivista del dipartimento che aveva (ed ha, non so se esista ancora) come titolo il carducciano “Levia gravia” e mi disse di quanto si sentisse oramai parte delle “Gravia”. Auspicava un ricambio generazionale, annoverandomi come soggetto di quelle “Levia” che potevano cambiare le cose.

(Che le cose non le abbia cambiate io, ormai è Storia.)

Avevo vent’anni e questa faccenda di essere atomo delle “Levia”, leggera particella nel mondo, mi entusiasmava.

Non so perchè ne parli ora, che sono passati tanti autunni da quel giorno. Forse perchè in questo pomeriggio arancione di fine ottobre rifletto che, in fondo, non ho ancora capito bene da che parte stare.

Da allora, infatti, mi è parso di correre in eterno bilico tra levia e gravia, tra le cose lievi e quelle pesantissime, tra un soffio e un macigno.

Melodrammatica nelle cose lievi, lieve nelle situazioni drammatiche, forse non ho ancora trovato la chiave per decodificare le situazioni. Mi manca sempre un tassello, nel disordine dei numeri e dei volti che non ho la forza, o il coraggio, di trovare.

(Ho saputo, anni dopo, che per la rivista mancavano i fondi.)

Il mio professore è morto da anni e io ancora mi chiedo cosa volesse dirmi.

Ma io non ho mai capito niente.

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