Un mattino di ottobre. Un sole avvolgente, tiepido.

Mi sveglio e sento il corpo lento, quasi indolente, dei giorni di vacanza. Non riesco a muovermi.

Gli occhi si adattano bene alla penombra che li ha abbracciati fino a qualche istante prima, il sole li ferisce.

Ora ricordo perché sto in questo stato di torpore.

Ci sono giorni che arrivano così, inaspettati, che stai dietro la porta di qualcuno che muore. Non il tempo per un saluto.

Te l’aspettavi, certo. Ma è sempre strano quel senso di sospensione e silenzio che dipinge la fine.

Ad un tratto pensi alla voce della persona che sta dietro la porta, ed è lì, nella tua testa. Parla, ride, ti rimprovera.

(Ah, dimenticavo, io amo profondamente la voce delle persone).

La scena si svolge senza una parola.

Esci fuori, hai fame d’aria, di vita, hai bisogno di mani, di vento sul viso, di gambe scoperte e d’estate.

Si fa buio, spunta una luna bella e crudele.

Torni a casa e ti coccoli con una coperta sulle spalle e un libro di poesie, caldo.

Poi ti addormenti e sogni così bene che non ti sembra vero che si debba passare tutti lì, dalla porta del dolore.

Ti svegli ed hai la sensazione di stare bene, al tepore, la pelle sotto le coperte. ma poi ripensi.

E l’unica cosa che viene in mente, aprendo le finestre del sole luminoso d’ottobre, è che è bello esserci.

Essere voce, corpo, pelle e pensieri.

Con l’aria sul viso, le mani tra i capelli.

Ti metti al computer e scrivi una cosa che non dovresti scrivere.

(Ehi, dico a te. Ciao).

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