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Ieri mattina dovevo smaltire un po’ di lavoro arretrato.

L’estate accumulata su una sedia gridava vendetta e l’ordine chiedeva una pietà che spesso non so onorare.

La musica nella stanza accanto accompagnava i miei gesti veloci, la secca praticità di chi vuole esaurire le incombenze per dedicarsi ad altro. I pensieri ancora fermi ad una telefonata di alcuni minuti prima, le scelte rimandate a lunedì.

Ad un tratto, il suono sordo del campanello. Corro a rispondere.

Nello schermo del videocitofono un volto che non riuscivo bene a distinguere – ancora adesso non ne ho ben chiare le fattezze – .

– Sì?

Una voce calma, distesa e squillante – Sono un volontario, sono qui per il dolore. Secondo lei perchè c’è tanta sofferenza nel mondo? Parliamone.

– Guardi non ho tempo.

– Le lascio una pubblicazione dei “volontari del dolore”.

-No. grazie.

Ho abbassato il ricevitore del citofono e lo schermo si è fatto nero.

Sono tornata alle mie occupazioni, con la mente un po’ in subbuglio e quasi ridevo da sola per questo volontario che suona di sabato mattina nelle case per parlare del dolore – che assurdità essere un “volontario del dolore”, quasi fosse una nuova professione – e soprattutto per me che dico – non ho tempo -.

Come se fosse possibile non avere tempo per il dolore. Evitarlo.

Accantonarlo, come indumenti sulla sedia. Pensarci lunedì.

Mi sono legata i capelli distrattamente, la sua voce ancora nelle orecchie. Restava in mente quel faccione schiacciato contro la telecamera, paradossalmente felice, inconsapevole che siamo già tutti involontari del dolore, anche senza parlarne. E che se era qui per il dolore poteva anche prenderselo, e portarlo dove voleva.

Ci pensavo e il sabato mattina mi scivolava addosso.

La luce filtrava tagliente dalle finestre, e avevo ancora molto da fare.

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