Un venerdì di settembre, assolato da sembrare ancora agosto.

Con un vento fresco che non lascia inganni.

Un venerdì che chiude una settimana dura, non so nemmeno spiegare perchè, di cose dette, non dette, sospese.

Di attese e chiamate. La speranza, il brivido del rifiuto, che è un po’ come avere la sensazione di stare sul bordo del precipizio e di dire, a chi ci vuole tirare fuori: “no, sto bene qui”.

Mai come quest’anno questo settembre (mese di per sé “conservatore”, mi è stato detto) mi è parso un rivoluzionario selvaggio che fa il vuoto intorno, e siamo solo a metà.

Le inquietudini, la paura di sbagliare.

Un briciolo di poesia che rimane sempre, come un vestito cucito apposta sui nostri giorni difficili.

I capelli più lunghi, la pelle che perde colore, cambia. La passione per le cose fragili, che non cambia mai.

Qualcuno che ti cerca per dirti che ha deciso cosa farà nella vita, e in un certo senso capisci che lo vuol dire a te, ed è una cosa gentile.

E poi tornare a casa, sedersi per terra, e ripensare a una frase di Ripellino letta in qualche libro, cercarla e invece trovare delle poesie che non avevi ancora letto.

Non mi passerà mai, questo brutto vizio. Rincorrere le parole.

C’è che Ripellino poeta secondo me è un vero spettacolo.

Si trova un dolore, in certi versi, che è bellezza allo stato cristallino.

“Volare via da me stesso / come un uccello migratore,/ da questo roveto, da questo malessere, / da questo perenne dolore.” (da “Autunnale barocco”).

Un suono che rimane. Qualcosa che ci assomiglia.

A volte c’è l’impossibilità di dire: “Vi sono mesi in cui / non nasce un granello di poesia. / Il male scaccia le metafore, / l’analogia boccheggia […]” (da “Versi inediti e rari”).

Altre volte c’è tanto. Come in questa:

E DOMANI?

Sono il signor Doppelgänger, un’ombra,
e ti vengo dietro zoppicando,
come un dado nel giuoco dell’Oca.
Non appenderti a me, ti abitueresti
al mio vano, al mio irsuto brontolio,
come al borbottare di una pentola.
(Una danza di trombe e omini rossi
era quel giorno il tramonto sul mare).
Non lasciarti ingannare dalle mie favole,
da questo bowling di parole, da questo
mastichio disperato di frottole.
Che cosa può darti il re delle ciarle,
se non un branco di sillabe che hanno
pelame di volpe, ma niente coraggio.
Sono un ex-voto luccicante, inerte:
in me si muovono solo i vocaboli,
torride cascate di fonemi. E il cuore piange.
(Maschere azzurre coprivano il viso degli alberi,
affondavi come una barca nel muschio,
la corteccia odorava come un ricordo).
Sono il signor Doppelgänger, un’ombra.
Non invaghirti di me, non potremmo
vivere su una piramide di sedie.

(Da Poesie prime e ultime).

Sul mio tappeto, seduta, resto a contemplare la bellezza di certe immagini, la loro forza. La loro malinconia, inquieta e cupa.

E paradossalmente mi sento invadere da quell’entusiasmo e quella passione per le cose che mi sembrava un po’ intorpidito.

Il sole, fuori, rende tutto più bello.

Chissà che non funzioni anche con me.

Annunci