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Poi, oggi, appena finito di pensare alla vita simulata, mi stavo mettendo gli orecchini – degli orecchini neri, pendenti – e ho aperto una pagina con un link a una poesia di Mario Luzi.

Una poesia come una fucilata.

Un’emozione improvvisa, quella delle sorprese, dello stupore.

Bella, così bella che ho detto “scriverla io, una poesia così”. Eh.

L’ho riletta una, due volte. Una volta a voce alta, come mi insegnarono tanto tempo fa.

Il sole, l’assenza (“l’eclissi di te”), la stanza. Il nulla.

La perfezione dei versi inanellati a raccontare un’emozione.

Mi piace il suono delle parole, l’ho già detto tante volte. E’ una delle mie tante debolezze.

Poi ho chiuso tutto e sono uscita di casa.

L’aria si infilava nella trama del vestito leggero, le parole nella testa.

La bellezza.

Una fucilata.

«Non andartene,
non lasciare l’eclisse di te
nella mia stanza.
Chi ti cerca è il sole,
non ha pietà della tua assenza
il sole, ti trova anche nei luoghi
casuali
dove sei passata,
nei posti che hai lasciato
e in quelli dove sei
inavvertitamente andata
brucia
ed equipara
al nulla tutta quanta
la tua fervida giornata.
Eppure è stata,
è stata,
nessuna ora sua
è vanificata».

Mario Luzi

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