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Stamattina sono andata a casa di un bambino che, subito, mi è venuto incontro dicendo: “Guarda, Manuela, cosa mi hanno regalato ieri!”.

Mi sono avvicinata e, con la distrazione dei pensieri sempre altrove, ho guardato il regalo.

Un acquario. Trasparente, tondo, un po’ scarno.

Un pesce di un azzurro sgargiante nuotava beato intorno al bordo.

“Sarà uno di quei pesci tropicali che si usano oggi” ho pensato, e con la grazia affettata di chi guarda, ma non vede, ho esclamato “Ma che bello” per poi rimanere sconcertata quando il bambino, infilata la mano nell’acquario, l’ha ricaricato e l’ha rimesso dentro.

Un pesce finto. Un robot con sensori ai lati e pinna intercambiabile.

“Così non mi muore più come gli altri”.

Allora non riuscivo più a smettere di guardarlo, di pensare a come siamo diventati bravi nella rimozione di ogni ostacolo, nell’elusione del dolore, e il pesce nuotava e muoveva la coda e ogni tanto il bambino lo adagiava su un panno e lo asciugava, poi lo rituffava dentro come se nulla fosse.

Pensavo a quanto sarebbe bello e mostruoso avere un altro da sè, sempre felice, intatto, un “Robofish dell’anima” adatto a negare tutto ciò che siamo, quando ci pesa esserlo.

Un simulatore d’esistenza.

Che poi la vita dei pesci mi ha sempre incuriosito, così, senza versi, senza parole, in quelle gabbie dorate di noia interminabile.

Ho cercato di concentrarmi, che c’era tanto da fare, da dire, ma intanto quell’immagine era sempre lì davanti ai miei occhi.

“Sono tanto felice, così non morirà mai. E adesso ne voglio altri. Non credi, Manuela?”

Il sole, dalle finestre, illuminava la trasparenza dell’acqua limpida, con riflessi che si spandevano per tutta la stanza.

Ed io facevo “sì, sì” con la testa, ma non sentivo nulla, rapita dall’inquietante ed intatta perfezione della vita simulata.

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