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Ieri stavo leggendo – il sole fuori, l’aria frizzante della fine dell’estate e una strana inquietudine dentro, tra l’attesa e qualcosa di estremamente malinconico – leggevo “Centuria” di Giorgio Manganelli e, ad un certo punto, mi è sembrato che una frase facesse riferimento a qualcosa che avevo pensato anche io, anche se non mi ricordo quando.

In realtà, mi è capitato almeno altre tre volte, fino ad ora. Ci sono frasi che ci risvegliano qualcosa dentro e, paradossalmente, sembra che parlino di noi (Potere della letteratura, dicono, altri direbbero “Vai da uno bravo”).

“Torna a coricarsi, ripensando al proprio corpo, quel corpo che per un breve istante egli aveva dimenticato di indossare”.

Il corpo come un vestito. Già.

Improvvisamente un pensiero coltivato in silenzio è riemerso con prepotenza.

Il corpo. Materiale che contiene e lascia trasparire.

Pelle, capelli, muscoli e occhi.

Bocca.

Un vestito da indossare. Il più difficile, perchè non si sceglie.

Morbido all’inizio, delicato, lieve, si complica con gli anni.

Su tessuti diversi ognuno scrive le sue storie. Parole, volti, voci, silenzi. Alcuni restano impressi fuori – le cicatrici di quando ci sbucciavamo le ginocchia, da bambini – altri riaffiorano in una ruga, che ci fa più forti, che ci scopre deboli.

Non sempre il vestito ci calza alla perfezione. A volte è troppo stretto, altre volte enorme, ingombrante, o è bello quando dentro stiamo malissimo. Capita.

La pelle è un vestito sensibile, a cui piace il calore. Un abito ricamato dai giorni, la cui trama parla di noi.

Trovare la misura giusta è il problema di un’esistenza intera.

Ieri leggevo “Centuria” ed ho pensato al corpo, alla sua forza, alla fragilità. Ci ho pensato e sarebbe stato bello osservarlo, da fuori.

Il corpo come un vestito.

Poi ho continuato a leggere e mi è venuta sete, e ho guardato un’immagine riflessa nella finestra.

Il sole era così bello che mi sembrava tremendo.

La vita era lì, ancora tutta da indossare.

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