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In questi giorni è tornata, dopo un periodo di pausa, quella difficoltà a prendere sonno, alimentata dai pensieri, dalle parole, dalle ansie (l’arrivo di settembre, come ogni anno, porta sempre nuovi turbamenti).

Con l’insonnia sono riapparse le frasi esplose che vagano – lacerti, brandelli di citazioni – nella mente, si rincorrono e spesso si rassegnano a non trovare collocazione.

Ieri sera pensavo alle cose. Cioè, pensavo che le cose non sono mai come appaiono in superficie – che detto così sembra una banalità, ma non lo è – e che ogni situazione andrebbe analizzata meglio.

Ma non abbiamo tempo, o il desiderio di farlo.

Pensavo a questo e mi è venuta in mente una frase “Il Petrarca non si vede subito” e mi ricordavo di averla citata nella mia tesi di laurea, e mi sembrava l’avesse detto Ungaretti e mi pareva la metafora più adatta per quello a cui stavo pensando.

“Il Petrarca non si vede subito” nella poesia, ma c’è.

Ecco, come le cose di cui parlavo.

Conosciamo persone, situazioni, le viviamo, crediamo di saperle, di conoscere il contenuto più profondo, ma il più delle volte non è così.

Non dormivo e mi chiedevo se il nostro vivere sia un equilibrio precario o un precariato equilibrato tra il cercare e l’accontentarsi.

Probabilmente non indaghiamo abbastanza, in noi, soprattutto.

Che sia paura, o noia, non è dato a me dirlo.

Pensavo, poi fortunatamente mi sono addormentata.

Stamattina ho trovato la citazione che mi ronzava per la testa ieri sera.

Era veramente Ungaretti.

“Chi è stato in paesi musulmani sa che la donna usa vestire tutto il corpo, compreso il viso,
salvo gli occhi.
Non per applicare la statistica anche alle cose della poesia, ma sono moltissime le volte
che il Petrarca parla d’occhi. È un’ossessione. È parola usata come se volesse con essa dare
fondo al vocabolario.
Il Petrarca non si vede subito. Esige lunga esperienza, e dura, rara e complessa per divenirvi familiare; una grande acuità, una grande fissità dello sguardo mentale. Un suo sonetto
che ci pareva indifferente, un suo verso perduto in un sonetto, ecco, quando la memoria ha
saputo finalmente fare in sé chiarezza e accalorarlo, ci guarda, è la nostra vita più umana.”

G. UNGARETTI, Il poeta dell’oblio [1943], in ID., Vita d’un uomo. Saggi e interventi, a
cura di M. DIACONO e L. REBAY, prefazione di C. BO, Mondadori, Milano 1974, p. 406

Già, la nostra vita, più umana.

Sarebbe bella.

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