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Ieri leggevo un racconto di Roberto Bolaño, mentre avrei dovuto studiare per l’ultimo concorso di quest’estate e mi ripetevo, sottovoce, che in fondo ne ho quasi abbastanza di questi concorsi che non so dove mi porteranno ma “è il mercato, bellezza”, eh, sì, questo mercato mi sta già un po’ sull’anima.

Leggevo questo racconto di Bolaño e c’era un sole limpidissimo e ho pensato a Mosca, a Bulgakov, al salto in alto – l’unico sport in cui, mille anni fa, trovai soddisfazione, sport difficile, saltavo con gli occhi chiusi, una bambina strana – all’amore, al bere, alla poesia.

Pensavo a tutte queste cose e cercavo di rifarmi un po’ di abbronzatura, mentre la mia pelle continuava il lento ed inesorabile processo di desquamazione – una pelle debole, complicata – cercando di nascondermi un po’ – amo nascondermi, a volte lo so fare benissimo – e più leggevo più mi dimenticavo di ciò che stavo studiando.

Ad un certo punto il protagonista del racconto: “Prima bisogna vuotare la bottiglia, disse, poi l’anima. Scrollai le spalle. Anche se io, com’è naturale, non credo nell’anima” e io ho riflettuto che spesso, ultimamente, ho creduto più alla compagnia del bicchiere che a quella dell’anima, che poi cosa sia, quest’anima, ancora non l’ho capito, ma è naturale, io non capisco mai niente.

Continuavo a leggere, e più leggevo più pensavo. Più pensavo, più mi perdevo.

Alla fine, la mia attenzione è stata rapita da una frase: “Qui non si sta male, ma non è lo stesso, se tu mi chiedessi cos’è esattamente che mi manca non saprei dirtelo. La gioia di essere vivo? Non lo so”.

Già, cosa ci manca.

Saperlo, sarebbe un bel fastidio in meno.

Il racconto si intitolava “La neve” e mi ha nascosto per qualche minuto alle cose che dovevo fare. (Il parlarne oggi, che è una domenica d’agosto, fa in modo che ci si nasconda ancora meglio).

Poi è finito, e tutto intorno sembrava tornato come prima.

Ma forse non è così.

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