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Agosto ha una grazia struggente.

Spesso caldissimo, afoso, spezzato, poi, dai primi temporali che preludono la fine dell’estate, nasconde nella sua discontinuità un’indolenza solitaria e quasi sensuale.

I negozi chiusi, gli amici che partono, quelli già tornati, che non sanno come spendere i giorni relegati ad una quiete domestica a cui non sono realmente abituati.

Una pausa sonnolenta dalla frenesia dell’anno trascorso, un grande sbadiglio.

Che poi, questa storia di rimandarsi a settembre, come se l’estate fosse una parentesi della vita, uno stand by necessario, non mi è mai andata giù.

(Sarà che proprio in questa parentesi ho preso vita).

Per molti anni ho cercato di organizzare le mie partenze in agosto, proprio per non sentirne il rumore e partecipare alla danza della sua negazione. Da due anni, invece, per circostanze diverse, mi ritrovo a viverlo a casa, a sentirlo bussare alla porta con le sue giornate lente e le sue sere che tornano ad essere precoci.

Percepisco in lui il fascino tremendo delle cose mature, che un tempo mi inorridiva, ed ora accetto con la rinnovata speranza di giorni interessanti, o delle inevitabili spine.

Agosto è come una lunga domenica pomeriggio. Lenta, ma in veloce discesa verso le cose.

Vivo in una parentesi, già.

Respiro.

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