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Stanotte mi sono svegliata improvvisamente.

Erano le quattro e quarantacinque, il sonno sembrava essere andato, finito.

Fuori, il rumore dei galli e delle prime auto, le ultime, forse, della sera precedente, un fresco pungente dalle tapparelle abbassate.

Non so se sia normale, ma nei minuti prima di addormentarmi, impercettibile, senza motivo, mi assale una paura, un timore oscuro, che a volte ha ragione, spesso no.

Stanotte non è stato così. Stavo bene, avrei potuto anche alzarmi, affrontare il cielo che da scuro si faceva tenue, azzurrino.

Questo vedevo da oltre le fessure. La magia del giorno.

L’estate.

Questa estate che non so ancora decifrare.

In questo lasso di tempo che ho respirato, nel buio, mi è tornato in mente un verso che non riuscivo a collocare, che mi riportava ai tempi dell’università, qualche corso lontano, che faceva più o meno così “è possibile spiegare l’estate?”

Non sapevo se l’interrogativo era presente o se si era creato nella mia mente, al bisogno. (Le domande, ah, brutto affare).

Poi mi sono riaddormentata, non assolta dai miei interrogativi.

Stamattina la risposta, in una poesia di Milo De Angelis, poeta che ho sfiorato più volte in passato, senza mai soffermarmi completamente, come in un eterno rimandare, “ti leggo domani”.

Ma la potenza di quelle parole mi era rimasta dentro.

E comunque no, non c’era interrogativo.

Quello rimane a me, che mi affatico a cercare ragioni ulteriori nei giorni, nelle distanze, nelle parole che vivo e che dovrei, forse, stringere meno, per lasciarle andare.

Una poesia durissima, in cui incombe la tragedia del nulla, o forse la tensione inesorabile ad esso.

Erano le quattro e quarantacinque. Poi ho chiuso gli occhi. “Era il mattino, nient’altro”.

“È POSSIBILE PORTARE SOCCORSO AGLI ASSEDIATI.

È POSSIBILE CAPIRE L’ESTATE”

L’inizio ci assale. Volevamo capirlo

alla velocità dei morti, perdonare

le mani, quando urlano che nessuno

udrà il fruscio di queste biciclette

tra quindici anni o un rovescio di pioggia. Questo

palcoscenico impazzito sottovoce, queste toghe

in burla che nemmeno il nostro

più storico ieri potrà recidere: nel taxi

a ferro e fuoco ecco le tappe e le abitudini

del crollo, il medesimo spavento circolare

mescolato a un valzer di spilli. Quindici isole

dopo l’infanzia. Tra poco, a Bari, aprono

le edicole. È mattino, nient’altro.

Milo De Angelis, da “Distante un padre”, 1989.

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