Pochi giorni fa, un caldo che sembrava non dover finire.

I tipici istanti conosciuti, in cui l’estate sembra arrivarti addosso con la prepotenza di una risata, o di una corsa a perdifiato.

Calore, la luce che sembra non esaurirsi mai. Un’altra stagione intensa.

Poi, qualche giorno dopo, ti svegli, un fresco strano, quasi pungente.

T’imbarazza la pelle d’oca sulle tue gambe scoperte, memori di quel caldo avvolgente dei giorni passati. La gonna inadeguata, l’epidermide indifesa.

La fragilità torna a farti visita.

Sei tu, è lei. Ti accarezza, ti punge.

Ti fa sentire che tutta quella forza, che ti scopriva nuova, è una pelle delicata, sensibile ad ogni cambiamento.

E’ la stessa sensazione che ho provato in mezzo a tanta gente disperata, io in piedi e non provavo niente, e mi addolorava questa mia incapacità di sentire, di “compatire”, soffrire con, e mi sentivo un mostro.

Poi ho capito che forse la mia è solo una difesa, una superficie impermeabile tra mente e corpo, che mi fa esplodere per i dolori impercettibili e mi rende impassibile di fronte alle tragedie.

Il meccanismo della fuga.

Della paura.

“So cos’è la fragilità, so cos’è la paura. La paura non è per ciò che è andato perso […] La paura è per ciò che c’è ancora da perdere.” J. Didion, Blue nights.

Ho deciso che terrò la gonna.

Sì, la terrò.

Annunci