In questi giorni ho pensato molto al mio passato di maestra.

Ci penso spesso, come un ricordo lontano, una dimensione quasi mitologica di urla e intervalli lunghi, problemi piccoli o enormi.

E’ un pensiero incostante, a volte roseo, a volte terribile. Capita come con certi ricordi che prendono vita propria e si discostano definitivamente dalla realtà che li aveva generati.

Quest’anno ho guardato a quei giorni distrattamente, come se gli anni fossero stati definitivamente cancellati, o meglio, congelati, in un’era glaciale interiore, un’impronta sottopelle che fatica ad uscire, che preferisco soffocare.

Un problema.

La dimensione dei diversi ruoli che ho assunto in questo frangente temporale mi porta all’inquietudine, il non trovare mai la mia identità.

Come dire, mentre ero là sognavo di essere dove sono ora, e viceversa.

A volte mi chiedo se questa irrequieta incertezza non sia qualcosa che, in modo sotterraneo, fa parte di me. Senza rimedio.

Anche Giorgio Caproni fu maestro elementare.

Deliziosa, una poesia scritta per Antonio Debenedetti.

Una poesia su un problema, appunto.

A ciascuno il suo. Ma questa è un’altra storia.

Cosa mai studi, Antonio,

ora che aprile trema

ai vetri e una mosca

– minuta arpa – vibra

delicata sul tema?».

Perimetro per apotema

diviso due, dà l’ area

dell’ esagono: l’ area

del prato la dà la mosca

posatasi anche sul problema.

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