L’altro giorno dovevo raggiungere delle persone in un luogo in cui ero stata una volta, un po’ di tempo fa. Faceva caldo, il sole sembrava promettere l’arrivo sicuro di un’estate che io attendo e temo, come un brivido, un abbraccio o uno schiaffo in pieno viso.

Mentre percorrevo le curve luminose della strada di campagna, mi sono resa conto che i miei pensieri mi avevano portato lontano. Cinque minuti di strada e già mi ero persa.

Ho accostato e ho chiesto informazioni, facendo finta di non essere del luogo. 

(Mi mancherà un neurone, che ne so, mi perdo ovunque).

Quando sono finalmente arrivata li ho visti ed erano tutti lì, ad aspettarmi.

Avevano le facce felici, mostravano particolari di loro che in tutto l’anno non avevo mai notato, esasperando tratti del loro carattere che, forse, per disattenzione o fretta, avevo solamente intuito.

Li ho guardati e ho pensato “Che belli questi visi, queste risate, che bello averle conosciute”.

La giornata è trascorsa in fretta.

Le urla, chi aveva bevuto troppo, chi rimaneva in disparte, chi passeggiava, cercando qualcosa che aveva perduto altrove.

Ed io. Che li guardavo, e ridevo con loro in una fotografia, o per un’imitazione impeccabile dei miei comportamenti più consueti.

Poi, ad un certo punto, quando il sole colpiva i nostri volti, e nel lago sono apparsi i riflessi d’argento del tardo pomeriggio avrei voluto che per un attimo tutto si fermasse, per poterlo conservare meglio.

Forse si è fermato.

Per un impercettibile intervallo di tempo siamo stati insieme, e tutto era molto bello.

Felice e tragico, come spesso solo la gioventù e la bellezza sanno essere.

Infine, ci siamo salutati. 

“A cosa sta pensando?”

“Che è stato bello”.

“Eh, sì”.

Il sole si era fatto arancione, la strada così polverosa e chiara che mi sembrava di sentire l’odore dell’estate.

 

 

Annunci