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Lo stesso luogo, da sempre.

La vita, uguale.

Ripetiamo per anni gesti tali, rimanendo immobili.

Questo, almeno, pare.

Pensavo a questo, a molte altre cose, quando ho letto alcuni versi di un poeta che mi ha sempre affascinato molto, Bartolo Cattafi (1922-1979).

Siciliano di nascita, milanese d’adozione, Cattafi visse l’ispirazione poetica come bisogno quasi fisico, nato durante la guerra: “Cominciai a scrivere versi non so come, ero sempre in preda a non so quale ebbrezza, stordito da sensazioni troppo acute, troppo dolci. Le mille cose che quella snervante primavera mi proponeva erano magicamente gravide di significati, ricche di acutissime, deliziose radiazioni. Come in una seconda infanzia cominciai a enumerare le cose amate, a compitare in versi un ingenuo inventario del mondo.” e la perpetuò in un percorso travagliato e complesso, fatto di naturalezza e ricerca continua, di solitudine e vitalità.

La fisicità del tratto, della traccia, rende la sua poesia un’esperienza anche sempre “visiva”, che oscilla, nel tempo, dalla potenza del colore alla rarefazione dell’osso, dell’anima.

Dei versi di Cattafi mi rapisce la varietà della ricerca linguistica, del segno, che lascia sempre la sua orma, anche se impercettibile, nel vuoto che spesso non si può arginare.

E cambia tutto. (Come un piccolo taglio, invisibile, ma reale).

Pensavo a questo e ad altre cose, appunto.

A quelle che cambiano, a quelle che rimangono uguali.

Poi ho letto questa poesia.

Gesto

Non è vero che non successe nulla
quando tirasti fuori la mano dalla tasca
e a braccio teso tagliasti l’aria
da sinistra a destra
dall’alto verso il basso
successe che a braccio teso
tagliasti l’aria
e ciò ebbe il suoi peso
l’aria non è più come prima
è tagliata.

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