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Lo so. Sono anacronistica, tendente al tedioso.

Ma oggi, tornando ad un’antica vocazione, ho notato che ricorre l’anniversario di nascita di Amalia Guglielminetti, poetessa che ho conosciuto soprattutto attraverso il riflesso dell’illustre cugino che è stato mio maestro, che tanto la nominava, pur non avendola probabilmente conosciuta (lui nato nel 1937, lei morta nel 1941).

Classe 1881, cent’anni in più di me. Così lontana, Amalia.

Una donna magnetica, inquieta, sensibile fino all’eccesso, con quella “vocazione alla catastrofe” così crepuscolare che la avvolge in un’aura di malinconia tale da sembrare quasi artefatta, irreale. Bella, sola.

Una donna fatale, così libera per il suo tempo, così dimenticata. Inghiottita in un fotogramma immobile che fissa la sua giovinezza in una vicenda di passioni, vissute con Guido Gozzano e Dino Segre, dimenticando i suoi versi, che rimangono per sempre avvinti a quelli dell’amato poeta torinese.

Fosse stata un uomo, chissà.

Moderna la sua idea di poesia, intrisa di Simbolismo, pur strettamente legata alla tradizione, petrarchesca e dantesca soprattutto, moderno il suo ideale d’amore.

Sensuale fino all’audacia, l’amore fu il fuoco a cui votò la sua anima, fino alla solitudine più estrema e disperata. Famose le innumerevoli lettere d’amore a Guido Gozzano, a cui la unì una passione distruttiva e fatale: “E un senso strano ch’io non so dire, ma che non ho mai sentito per altri, una malia, quasi, che è credo, una occulta profonda fraternità, un oscuro legame spirituale che ci unisce anche nostro malgrado. […]  Nessuno, ti giuro, mi ha mai veduta così spoglia d’orgoglio, così vestita di pura tenerezza.
Tu solo che non mi ami, tu solo che mi sfuggi.”

Inquieta ed aspra, come amò definirsi in una sua poesia, inclusa nella sua seconda raccolta “Le seduzioni” (1909).

ASPREZZE

Aspra son io come quel vento vivo
di marzo, il quale par crudo di geli
ma discioglie la neve su pel clivo.

Vento di marzo che agita gli steli
pigri, scopre vïole in mezzo all’erba,
scompiglia erranti nuvole pei cieli.

Asprigna io sono e rido un poco acerba.

Mordere più che accarezzar mi piace

ed apparir più che non sia superba.

Come il vento di marzo io non do pace.
Godo sferzare ogni anima sopita,
e trarne l’ire a un impeto vivace

per sentirla vibrar fra le mie dita.

Inquieta ed aspra, ma sempre appassionata, percorsa da un brivido, fino all’ultima, intima, constatazione, fino all’ultimo disincanto:

“Non chiedeva né voleva nulla dall’amore. Le bastava di sentirsi qualche volta vicino all’amato, di saperlo solo con lei sola, di lasciarsi avvolgere da quel suo fluido quasi magnetico fatto di voce, di sguardo, di profumo, di tepore.”

Cent’anni in più di me. Amalia.

Così vicina.

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