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Penso di avere avuto una vita normale, senza scosse, senza grandi movimenti. Piuttosto ordinaria.

Eppure, spesso, mi capita di ripensare a persone e situazioni del mio passato, remoto o recente, e mi vengono fuori ricordi che, a raccontarli, sembrano surreali.

Forse lo sono solo nella mia testa, anche se non c’è nulla di inventato. Sarà quel meccanismo della memoria che tende a selezionare i dati e a rileggerli con un entusiasmo tipicamente mio. Sarà che mi piace osservare le persone e cercare di studiarle, mettendone in luce i lati bizzarri.

Sarà. Ma intanto ci sono. Persone che ho incontrato, stralci di conversazione, periodi di incontri strani, anche solo di un istante, che hanno cambiato la sorte di alcuni giorni, pur senza mutare nulla.

Situazioni ridicole che porto nei faldoni di una memoria molto sviluppata, da sempre – chi mi conosce lo sa – e che spesso emergono prepotentemente, chiedendo di essere raccontate.

“A volte, quando racconta episodi del suo passato, mi sembra che parli di un mondo che non esiste, è pazzesco.”

L’altro giorno, una ragazza, ha ribattuto così, spontaneamente, ad uno dei miei piccoli aneddoti che, ogni tanto, nei momenti di stanchezza, o, peggio, nel punto topico di un’ode come il “Cinque maggio”, mi vengono, così, in mente. All’improvviso.

Una volta, un’amica, dopo uno di questi racconti mi disse divertita: “Ti ho fatto raccontare così tante volte questa storia che mi sembra quasi mitologia, ormai”.

Perchè i ricordi sono così. Una volta che uno li riprende, rivivono come se fossero lì, in quel momento.

Sta a noi deciderne la sorte, vedere cosa farne.

I miei?

Quasi una mitologia.

C’è una poesia, molto amara, di Giorgio Caproni, che parla proprio dei ricordi.

Lui dice che non li ama e, in effetti, il problema di avere una buona memoria è proprio quello di non riuscire sempre a liberarsene, a scacciare certi fantasmi che, come in tutte le mitologie che si rispettino, tornano a farci visita, anche solo per un attimo.

I RICORDI

“Te la ricordi, di’, la Gina,
la rossona, quella
sempre in caldo, col neo
sul petto bianco, che quando
veniva ogni mattina
a portar l’acqua (eh! il Corallo
allora non aveva ancora
tubazione) lasciava
tutto quello stordito
odore?…E Ottorina,
te la ricordi Ottorina,
la figlia del fiaschettiere
di fronte, che tutte le sere
(pensa! par che abbia preso marito,
lo “scandalo del quartiere”)
su e giù in ciabatte, e senza
calze, così magrolina
(sembrava che avesse sempre
la febbre, tanto le bruciava
la bocca) si sbaciucchiava
– su e giù, lì sul marciapiede!-
col suo bel brigadiere?…
E Italia, di’, quella polpettona
d’Italia, te la ricordi
Italia…”

Ma io i ricordi
non li amo. E so che il vino
aizza la memoria, e che
– lasciato in tavola il mazzo
ancora non alzato – quei tre
avrebbero fino all’alba
(all’alba che di via Palestro
fa un erebo) senza un perché
continuato a evocare
anime…Così come il mare
fa sempre, col suo divagare
perpetuo, e sul litorale
arena le meduse
vuote – le sue disfatte
alghe bianche e deluse.

Scostai la sedia. M’alzai
Schiacciai nel portacenere
la sigaretta, e solo
(nemmeno salutai)
uscii all’aperto. Il freddo
pungeva. Mille giri
di silenzio, faceva
la ruota del guardiano
notturno – la sua bicicletta.

Svoltai l’angolo. In fretta
scantonai nel cortile.

Ahi l’uomo – fischiettai –
l’uomo che di notte, solo,
*nel gelido dicembre*
spinge il cancello e – solo –
rientra nei suoi sospiri…

Giorgio Caproni, da “Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee”, 1960-1964.

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