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Stamattina mi sono svegliata con un programma molto definito.

Preparare i lavori per domani, studiare, farlo con convinzione.

Ho iniziato a lavorare, mi sono concentrata, tra grammatica stentata ed errori da sanare, un occhio alla Storia, uno sguardo al manuale del concorso dalle date incerte.

Come spesso accade, tuttavia, nei giorni in cui c’è tutto da fare, tutto incombe a dirci cosa è giusto per noi, ho come l’impressione che qualcosa mi si blocchi, dentro, e tiri il freno, improvvisamente.

Ah, ricordo, ho un tempismo orribile. Quando l’obiettivo si allontanerà darò il meglio in rincorsa ed affanno.

Stamane il freno è stato, manco a dirlo, uno di quei versi che, staccati dal contesto, mi è tornato nella mente, in un attimo di vuoto. “Che cosa tetra e bella”.

Che cosa. Tetra. E bella.

Giusta metafora per la Vita, ho pensato. E della Morte.

Fortini, sì, ancora Fortini, che con la sua “Citazione sbagliata” mi accompagna da anni, e penso sia una cosa bella e spaventosa sentire la poesia, quei versi di qualcun altro, accarezzare la mente come qualcosa di profondamente nostro.

Lo dice lo stesso in un’altra poesia, “Altra arte poetica”, del ’57,

“Esiste, nella poesia, una possibilità

che, se una volta ha ferito

chi la scrive o la legge, non darà

più requie, come un motivo

semi modulato semi tradito

può tormentare una memoria.”

In una poesia dedicata a Vittorio Sereni, appunto, quelle parole come una scintilla che per un attimo hanno messo in pausa tutto il resto – Sono fatta male, lo so, me lo ricordano spesso.

In questa poesia, poi, la parola Destino. Che poi io non so nemmeno se credere che esista un destino, non ho mai capito se sia tutto scritto o se quel “libero arbitrio” sia così facile e bello come dicono.

Non credo nelle tappe obbligate, credo piuttosto nelle cose che accadono, per vie anche molto contorte.

E, dunque, in quei versi c’era il destino e c’era la dimenticanza e questa cosa “tetra e bella”.

Come non distrarsi.

Stamattina mi sono svegliata con un programma serio e definito.

Poi, quelle parole. E tutto ciò che ne consegue. Tetro e bello.

Quindi eccola, questa poesia per Vittorio Sereni.

Quasi un regalo, in questa mattina dalla luce forte, bianca.

Come ci siamo allontanati.
Che cosa tetra e bella.
Una volta mi dicesti che ero un destino.
Ma siamo due destini.
Uno condanna l’altro.
Uno giustifica l’altro.
Ma chi sarà a condannare
o a giustificare
noi due?

(Da “Questo Muro”).

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