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“In questo – forse – il flagello? / Rincorrere il desiderio? / Rincorrere la morte?” G. Caproni

Stamattina mi sono svegliata con un ricordo, nitido, di un sogno strano.

Tracciavo la parola desiderio, con un pastello verde, in stampatello. Il foglio bianco, altre parole scritte, tutte intorno alla parola “scrittura”. Desiderio, bisogno, condanna.

La notte porta spesso a galla pensieri sconosciuti, oscuri, misteriosi.

Citazioni sbagliate, malinconie profonde, sotterranee.

Tracciavo le mie parole con una grafia impacciata.

Scrivere come desiderio. Un desiderio che provo da molto, che ho coltivato poco, ripreso, mollato, rivisto, lasciato. Scrivere come condanna, soprattutto per chi, nelle rarissime volte in cui ho varcato il mio ragionevole pudore, ha letto i miei versi scadenti. Scrivere come bisogno. Grande, irrinunciabile.

Scrivere un desiderio. Soprattutto.

Il desiderio che ci spinge a colmare le lacune del nostro essere sempre incompleti. A voler fare tutto ed essere nulla, o essere per poco. O uscire fuori da noi, per essere finalmente, noi.

Il desiderio che ci spinge a raccontarlo, ad indagarne il nome. Partendo dagli aggettivi, verificandone, spesso, l’evoluzione, che sfugge ad ogni calcolo.

Tracciavo quei segni su un foglio a righe, li segnavo nella memoria.

Poi, al risveglio, erano ancora tutte lì, con me. Soprattutto il desiderio.

La fatica nello scrivere la parola come la difficoltà nella realizzazione, e, nello stesso tempo l’impossibilità di soffocarla.

Faccio sogni bizzarri. Come tutti.

Ma certi sogni mi parlano più di altri.

Quello di stanotte, ad esempio, mi ha ricordato che la parola desiderio esiste. E mi colora la vita, con le sue trame spesso intricate, a volte incomprensibili. Che passano attraverso la pelle e ne accarezzano i sensi.

Mute, ma insistenti. Come le parole più belle.

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