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Ho pensieri annodati.

Pensieri assolati.

Quelli che rimangono lì, avvinti al loro bisogno di Sole, che riposano nel tepore della mente. Pensieri che tengono compagnia, anche quando si pensa di non pensarli.

Oggi assaporavo il nitore dei raggi freddi, luminosissimi, del Sole di dicembre.

La luce quasi accecante colpiva lo sguardo e riscaldava, attraverso il vetro, la pelle chiara, ricordando il passato recente, qualche strato di epidermide fa.

Un abbraccio. Un desiderio atavico di seguire quel calore, di rimanere immobili come le lucertole, nell’assoluta banalità dell’essere umani, forse troppo.

Quell’attimo tiepido ed accecante come un filo che lega noi al lontano Sole ed è partecipazione, ed è solitudine, ed è fuoco.

Ma poi mi ricordo che è quasi inverno. Esco, un brivido mi percorre la schiena, i raggi non bastano.

Dentro, però, è tutto intatto.

I pensieri annodati. Assolati.

C’è una poesia di Mario Luzi che traduce bene un’emozione come questa. La ferma, fotografandola  nell’assonanza “Sole-solitudine”, a lato dei versi.

“Ha la sua giusta canicola

qui la solitudine. Deflagra

la mente

sovrana che ci pensa.

Lei soltanto.

L’altro non c’è.

L’altro

non è altro, è sè.

Si empie

di tempo la giornata,

si estingue nella sua durata

e così il suo ritorno.

Romba

qualche raro

motore sotto sforzo

su queste aride poggiate,

altrimenti tace il giorno.”

Mario Luzi, da “Quatto stagioni”, 2002.

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