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So che devo smettere di parlare di scrittori e poeti quando ricorrono anniversari.

Per questo, e non solo, ho deciso di scrivere questo post oggi, non ieri, che ricorreva il novantesimo anniversario della nascita di Giorgio Manganelli (1922 – 1990).

Manganelli. Autore poliedrico e per molti versi ruvido, arguto e demistificatore, che ho conosciuto e amato anche come poeta, sebbene la poesia rappresenti, nella sua esperienza letteraria, una cifra trasversale, non certamente primaria.

Ieri mattina il suono del telefono mi ha svegliato improvvisamente. Dopo essere scesa a forza, ho notato la data e mi sono ricordata di avere, tra i mille fogli – eredità di un passato ormai abbastanza distante, anche se sei o sette anni sembrano ieri – una serie di sue poesie.

Fogli quasi ingialliti. Ho iniziato a leggere.

Man mano che proseguivo, mi tornava in mente la sensazione che avevo provato leggendole la prima volta.

Un pugno, un violento pugno, che, invece di far male, risvegliava in me un senso profondo di verità, di autenticità dell’uomo e del corpo, anche nelle sue manifestazioni più crude o sgradevoli.

E poi la morte, il degrado, l’amore non corrisposto, le poesie per la Merini a fare il resto.

Versi in cui l’amore è un sentimento violento, il corpo soltanto un manifesto simbolo della morte che avanza e distrugge, la scrittura non è risolutrice, bensì strumento conscio della follia e dell’abbandono.

Ho riletto mentre dovevo fare altro, organizzare, andare. Mi sono fermata, invece.

Ritrovando quelle parole perse tra le pieghe di carta, mi sono lasciata colpire ancora, atterrare, da quell’inquietudine che, in un certo senso, sento vicina alla mia anima.

Indecisa, oggi, ho scelto due poesie. Una d’amore, tratta da “Poesie“, 2006, e l’altra sul ruolo della scrittura, da Altre poesieLiebesgedichte fünf.

La malinconia, il senso profondo della “terrestrità” dell’uomo. La sua solitudine.

Un pugno, insomma, ma meraviglioso.

Abbiamo tutta una vita
da NON vivere insieme.
Sugli scaffali di Dio
s’impolverano i gesti possibili:
le mosche cherubiche insozzano
le nostre carezze;
stanno appollaiati come gufi
i sentimenti impagliati.
“Merce inesitata” – griderà l’angelo d’ottone –
dieci casse di vite, di possibili.
E avremo anche una morte da morire:
una morte casuale, innecessaria,
distratta, senza te.

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I

Scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
Se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.

II

Usa le allucinazioni: un
ectoplasma serve ad illuminare
un cerchio del tavolo di legno
quanto basta per scrivere una cosa egregia –
usa le elettriche fulgurazioni
di una mente malata
cuoci il tuo cibo sul fuoco del tuo cuore
insaporiscilo della tua anima piagata
l’insalata, il tuo vino
rosso come sangue, o bianco
come la linfa d’una pianta tagliata e moribonda.

III

Usa la tua morte: la gentilezza
grafica gotica dei tuoi vermi,
le pause elette del nulla
che scandiscono le tue parole
rantolanti e cerimoniose;
usa il sudario, usa i candelabri,
e delle litanie puoi fare
un bordone alla melodia – improbabile –
delle sfere.

IV

Usa il tuo inferno totale:
scalda i moncherini del tuo nulla;
gela i tuoi ardori genitali;
con l’unghia scrivi sul tuo nulla:
a capo.

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