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“Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.

Su, Münchausen.”

Andrea Zanzotto, Al Mondo.

So che è quasi stucchevole parlare di poeti solo quando ne ricorrono gli anniversari.

Tuttavia, oggi, che sfoglio le pagine di un libro e vedo Andrea Zanzotto, nato il 10 ottobre 1921, morto l’anno scorso, ho pensato che, in questi mesi, non gli ho mai riservato una pagina “personale”, oltre a quella dedicata alla strage di Bologna.

Ingiustamente.

Ingiustamente perché Zanzotto è stato un poeta che ho amato di amore “difficile” e non immediato.

Ingiustamente perchè in quel Münchausen che si libera dalla palude tirandosi per i capelli, ricordato in questi versi della poesia “Al mondo”, quasi una preghiera sconsolata, ci siamo un po’ tutti noi,  nel nostro vivere quotidiano di sfide non sempre possibili.

Ingiustamente perché in quella ricerca quasi assillante di linguaggio c’è un bisogno di scomposizione della parola e del suono, della voce, che sento molto vicino.

Ingiustamente, infine, perché spesso avrei voglia di scoprire, di avere gli strumenti per andare “dietro il paesaggio”, oltre la superficie del detto.

Ecco. Conobbi Zanzotto anni fa, in coppia con quel Caproni poi amato con più passione, senza dimenticare quel fascino linguistico, difficile, che tuttora mi spinge ad inoltrarmi tra i versi più recenti, dove tutto è de-composizione.

Versi frammentati, in cui la natura è scomposta, e recuperare quel Munchausen risulta condizione quasi necessaria per potersi “tirare fuori”.

Anche se a volte non basta.

Un vortice di immagini esplose riempie la pagina, cercando di resistere al silenzio che la Vita, dopo un po’, impone a tutti. Anche ai grandi.

In una raccolta del 2001, Sovrimpressioni, c’è una poesia che mi piace particolarmente.

Parla di attimi. Di frammenti. Di passato che ritorna presente. Di Orazio. Di nugae, “sciocchezze”. Di assenza.

C’è una freschezza fisicamente tangibile, nel rifugiarsi in questi pensieri, “imprigionati come in un’apnea”, in un reale già inghiottito dal futuro.

Ibam forte via Sacra…nescio quid medi-
tans nugarum, totus in illis…

(Orazio)

Totus in illis –

Così, in quelle che belle
e quasi tenere ventose
erano le attenzioni
che cancellavano d’intorno
al punto vero tutte l’altre cose,

mi cancellavo
come Orazio in via Sacra
perivo di limpida vita
nella freschezza assorbente
di una piccola idea quasi dea
che m’isolava del tutto
anche se per un solo minuto.

Ora, totus in illis
torno a pensieri di ieri
quali frammenti di diamanti-misteri
imprigionati come in un’apnea.
Intorno è un senza-niente
che nessun baratro eguaglia
un’assenza che rende
ogni contesto festuca e frattaglia
e langue dell’affiorare
come atto stesso dell’evaporare.

“Totus in illis-illa” rovesciato
come vuota bouteille-à-la mer
solo a se stessa indirizzata
e sgomenta di sé-
palpito-smalto
già di perente ere
dove niente è più alto
che d’una ustrina lo spento braciere.
Totus-totus
in illa insula immotus.

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