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Stasera sono uscita un attimo. Nel giardino umido, ormai della sera autunnale, c’era un’aria fresca, lieve.

Nel cielo, una Luna velata, bianca, immersa in una trama di nuvole nere.

Una Luna grande, come languidamente avvolta da una tenebra che non sembrava oscurarla, bensì ne aumentava il candore.

Le trame nere erano fili, si appoggiavano sulla superficie, come avvicinandosi pericolosamente ad un fascio di luce forte, forse troppo.

Come fili, come farfalle scure.

Un’immagine forte, che mi ha fatto venire in mente una farfalla di una poesia letta tanto tempo fa, che presenta un’idea metaforicamente vicina.

Una poesia dalla valenza fortemente erotica, che tuttavia – stranezze della lettura – mi ha sempre colpito per quella farfalla. Quella lampada. Quel “ma l’anima”, che fonicamente richiama un “mal’anima”, un’anima perduta.

Come quella trama di nuvola nera, avvolta in un fascio di luce.

Ecco, stasera c’era quella poesia di Folgore, tra la Luna e le nuvole.

Te, nuda dinanzi la lampada rosa,
e gli avori, gli argenti, le madreperle,
pieni di riflessi
della tua carne dolcemente luminosa.

Un brivido nello spogliatoio di seta,
un mormorio sulla finestra socchiusa,
un filo d’odore, venuto
dalla notte delle acacie aperte,
e una grande farfalla che ignora
che intorno a te
non si bruciano le ali,
ma l’anima.

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