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Mi piace il suono delle parole.

Può sembrare banale, ma il suono che fa la parola pronunciata spesso può cambiare la sensazione che ci dà la stessa parola, scritta.

Il suono. Potente evocatore di sensazioni. Belle, sgradevoli. Forti.

Così l’assonanza. Spesso, la rima.

Oggi riflettevo su una rima in particolare.

Dopo essere stata accompagnata per molto tempo dalla dantesca  (e caproniana) “scrivi / vivi”, oggi, ad un tratto, mi sono ricordata – uno di quei frammenti improvvisi, di cui parlavo giorni fa – della coppia fonica “fuoco / gioco”.

Ci ho pensato perchè mi è capitata tra le mani una poesia di Giovanni Raboni, inserita nella raccolta “Versi guerrieri e amorosi”, che mette in rima, seppur al mezzo, fuoco e gioco, chiudendo la coppia con un enigmatico “poco”.

Mi rapiva il suono.

Travalicando il significato della poesia, mi ronzavano nella testa queste due parole.

Fuoco e gioco. Affascinante accostamento lessicale, semantico, inoltre.

La sfera del gioco si unisce a quella del fuoco evocando il rischio, il divertimento, il calore, la luce ma anche quel poco che incombe – la cenere delle ali? –

Fuoco che brucia. Fuoco che scalda. Gioco di ombre che fluttuano nel camino, disegnando arabeschi misteriosi.

Vivendo giorni di scelte anche impegnativi, mi capita spesso di avvicinarmi al fuoco del rischio. Ah, le decisioni.

Buonanotte dunque, di fuoco e di gioco.

Amavo nel fuoco di legna
la fragile festa del gioco
che mentre dilegua disegna
un reliquiario del poco

eppure molto se nell’ebbra
fornace fissavo l’insegna
dell’interminato trasloco
da luce a luce che s’intenebra

come dai giorni mitragliati
al crepitare dolce e fioco
dei tarli nell’opaca lebbra
del buio, lievi, sparsi fiati

incubanti forse il portento
superfuturo del tuo avvento.

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