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“Guardo solo film più grandi della vita”.

Spesso si leggono libri che sono in perfetta sintonia con il nostro momento storico o interiore. Con il clima delle nostre vite. Non accade sempre, però.

Ecco, Rosa candida, l’esordio di Audur Ava Ólafsdóttir, è un libro che ha fatto con me un lunghissimo viaggio, mi è stato vicino in una traversata oceanica ed ha riposato in un borsone su una spiaggia bianca dei Caraibi.

Caos, emozioni, stanchezza, sole.

Eppure, quando ripenso a questo libro, la sensazione è quella di una dolcezza tiepida, di una pellicola che scorre lenta per armonizzare il ritmo del racconto alle cadenze del sentire più intimo.

Quando si dice il contrasto.

Lobbi ha ventidue anni, lascia la sua terra e le sue contraddizioni per raggiungere un luogo più adatto alla coltivazione delle sue rose. Un viaggio lungo, che lo porterà lontano.

Un monastero sperduto è il punto di arrivo, in cui un monaco cinefilo sarà di compagnia e in un certo senso guida, in un processo complesso di maturazione.

Poi c’è Flora Sol. Una bambina come una rosa. Arrivata all’improvviso – frutto di “un quinto di notte” – delicato equilibrio da custodire e difendere.

Un viaggio, dunque, in cui Lobbi imparerà ad essere uomo e padre.

Con una serie di turbamenti sottili, di riflessioni quasi a fior di labbra, fuori dal tempo consueto, la storia va a costituire un universo tenue in cui il lettore è accolto con la lentezza dolce di un bisbiglio.

“A entrare per un attimo nella vita di un’altra persona, si rischia di diventare più importanti di quelle che ne fanno parte da anni. E per esperienza diretta, so che le coincidenze a volte sono astute e fatali.” (p. 84)

A. Ava Ólafsdóttir, Rosa candida, Einaudi Editore, 2012, p. 206.

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