“Ora è la volta del terzo cerchio. Cos’è in realtà la musica? E’ un discorso. Ma il compositore non parla con parole, ma con simboli; come un muto che parla a gesti e spera che lo capiscano. Non è sicuro. Vuole che lo capiscano, ma sa che i segnali giungono solo a chi sa decifrarli.” B. Tammuz, il Minotauro.

C’è la musica, la musica di Mozart precisamente, come ideale sottofondo della storia d’amore folle e surreale che anima l’intreccio de “Il Minotauro” di Benjamin Tammuz.

Un uomo, i suoi demoni. Una terra antica, ferita. Una strana forma d’amore.

Un agente segreto israeliano e il suo incontro – casuale? – su un autobus con una ragazza che non conosce ma che sente sua da sempre. Un legame indissolubile, che sembra dettato dal destino, e trova la sua realizzazione in uno scambio di lettere che dura per anni.

Lettere (evocativo lo pseudonimo Franz Kafka) e dischi di Mozart. Tra sconosciuti che si appartengono, senza vedersi, in una distanza che, invece di separare, sembra unire.

Un ritmo narrativo franto e pieno di colpi di scena accompagna lo svolgersi della vicenda tra lo stupore del giallo e una piccola spina d’inquieta nostalgia.

Una storia che ritorna su se stessa, con lo strano gusto del mito, in bilico tra il reale e il surreale.

Anche il tempo è relativo. C’è un tempo infinito, quello dell’amore per la “sconosciuta”, e un tempo umano, fuori dal terzo cerchio.

“Non esiste l’eternità. Tutto dura molto meno”.

Il Minotauro, Benjamin Tammuz, e/o, 1997.

Annunci