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Il 18 agosto di cent’anni fa nasceva Elsa Morante.

Un giorno che ricordiamo oggi con gratitudine ed ammirazione, per averci donato una scrittrice, ma soprattutto una donna, fuori dalle convenzioni tipiche dell’epoca in cui visse, una donna forte, dalla tempra meravigliosamente moderna.

Ecco, io oggi mi sono soffermata a pensare e rileggere alcune frasi dell’autrice, riprendendo anche in mano uno dei suoi testi, il più celebre forse, “L’isola di Arturo”, del 1957.

Un libro che ho riletto solo l’anno scorso, dopo anni dalla prima lettura – superficiale, devo dire, nei miei quindici anni di studentessa – ed in cui ho trovato come una grazia della disperazione, una struggente forza che, alla fine, credo abbia il potere di far crescere il lettore con il personaggio.

Anche io sono stata per qualche giorno su quell’isola, con Arturo, a meditare le prove a cui la Vita ci sottopone, spesso senza ragioni evidenti.

Scartabellando tra le pagine, poi, una sorta di rivelazione. Una frase che mi ha colpito:

“Il sacrificio è la sola, vera, perversione umana.”

L’ho subito sentita mia, suonava veramente bene nella testa di chi, ultimamente, ha cambiato molte delle abitudini che ha perpetrato per anni.

L’ho subito postata. Alcuni hanno condiviso, alcuni no.

C’è stato chi obiettava la “naturalezza” del sacrificarsi per alcune cause. Il sacrificio per amore, per la conoscenza.

Io dico che, invece, di naturale non c’è un bel niente.

E’ la cultura che fa il sacrificio, non tanto la natura umana.

E’ quest’etica del sacrificio così stratificata nel nostro tessuto culturale che ci fa credere che sia del tutto automatica, mentre è il concetto più convenzionale che esista.

Sicuramente alcuni penseranno che ci sia una sorta di leggerezza nelle mie parole che mi rende irragionevole.

Io vi dico che, presi dai mille obiettivi del “dover essere” abbiamo dimenticato chi siamo veramente.

Uomini, su un’isola, in cerca di noi. Impegnati in sacrifici che ci rendano accettabili agli occhi degli altri.

Io sono per l’etica della Libertà. Ma questa è un’altra storia.

Grazie Arturo.

Grazie Elsa.

 

 

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