Mi è capitato di osservare per lunghi istanti una spiaggia quasi deserta. Una distesa di sabbia bianca, affacciata sul turchese.

Alcuni bambini, ostinati, costruivano castelli di sabbia, meravigliosi, elaborati.

Senza paura, appiattivano, modellavano, finché non raggiungevano la forma desiderata.

Poi, giunta l’ora di andare, abbandonavano l’impresa, ormai compiuta.

La notte e l’alta marea facevano il resto.

Ed io, che li guardavo distratta, adesso penso a quanto, in castelli come quelli, si nasconda un po’ il segreto delle nostre esistenze, sempre in lotta, anche per il desiderio più fragile.

Ci sono castelli meravigliosi, fuori di ogni retorica, nelle storie di tutti.

Alcuni continuano a piallare, a inumidire la sabbia, a cercare la forma. Altri, soltanto, hanno deciso di aspettare che arrivi la bassa marea.

Sono castelli che hanno nomi, date, luoghi. Spesso sono idee che ci raggiungono a tradimento, nei sogni, oppure quando dovremmo fare tutt’altro.

Sono una parte ostinata, che resiste, nei pensieri che non sappiamo nemmeno di avere.

Il più delle volte, arriva l’alta marea a svegliarci, uno schiaffo in pieno viso.

Sono vertigini che ci ricordano chi siamo e chi vogliamo essere. C’è una poesia di Giorgio Caproni, “Generalizzando”, che bene si lega a ciò che cerco di dire, mentre cerco di oppormi all’alta marea di ogni giorno.

Tutti riceviamo un dono
Poi, non ricordiamo più
nè da chi nè che sia.
Soltanto, ne conserviamo
-pungente e senza condono-
la spina della nostalgia.

Giorgio Caproni, in “Res amissa”, 1992

“Era così vago quel pensiero. Ma portava il suo nome”.

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