C’è troppo destino in questi giorni. Un susseguirsi incessante di notizie, eventi, che ci ricorda la nostra piccola, instabile, posizione di esseri in cerca di felicità.

La precarietà del nostro respiro è un appiglio, che ci sorprende, all’improvviso.

Tra le macerie.

Le parole si inseguono, iniziano il loro viaggio inconsapevoli della destinazione, e ad ogni passaggio caricano la loro sporta di retorica inutile.

Si vuole vedere, si deve parlare.

A me, invece, viene voglia di fuggire.

In un pensiero. Nel silenzio.

Mi torna in mente, a questo proposito, una poesia di Giorgio Caproni, Dopo la notizia.

Una poesia di vento, tagliente.

Me lo immagino freddo come quello che spazza i nostri visi in questa primavera settentrionale e grigia, quasi irreale.

Il vento… È rimasto il vento.
Un vento lasco, raso terra, e il foglio
(quel foglio di giornale) che il vento
muove su e giù sul grigio
dell’asfalto. Il vento
e nient’altro. Nemmeno
il cane di nessuno, che al vespro
sgusciava anche lui in chiesa
in questua d’un padrone. Nemmeno,
su quel tornante alto
sopra il ghiareto, lo scemo
che ogni volta correva
incontro alla corriera, a aspettare
diceva – se stesso, andato
a comprar senno. Il vento
e il grigio delle saracinesche
abbassate. Il grigio
del vento sull’asfalto. E il vuoto.
Il vuoto di quel foglio nel vento
analfabeta. Un vento
lasco e svogliato – un soffio
senz’anima, morto.
Nient’altro. Nemmeno lo sconforto.
Il vento e nient’altro. Un vento
spopolato. Quel vento,
là dove agostinianamente
più non cade tempo.

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