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La sera scende su questa piovosa stagione. Una primavera foriera di grandi cambiamenti. Nella mia vita e non solo.

I tempi sono difficili, per questo Paese, per una cultura che fatica a sopravvivere, a rimanere a galla, soffocata da mutamenti senza più rivoluzioni, senza ideali.

Il Tempo sembra snaturarci, rendendoci estranei a noi stessi, impoverendoci, non solo materialmente.

La domanda, quasi retorica, che mi torna con insistenza, è se sia ancora possibile scrivere, se esisterà ancora una poesia capace di gettare il poco delle parole contro il muro di nulla che ci circonda.

Poi, immediatamente, mi torna alla mente qualche verso di Franco Fortini (1917-1994), un ricordo appannato di un componimento in cui il poeta ricorda come la poesia non possa agire sulla Storia, ma debba, comunque, continuare ad esistere, andando ad insinuarsi tra le pieghe dei giorni.

Una poesia di “resistenza”, perchè, oltre la Guerra – quella vissuta personalmente dal poeta – nuovi conflitti, sotterranei, silenziosi – molto difficili da comprendere e combattere – minacciano la voce dell’uomo nella sua necessità comunicativa.

Vado a cercare tra i miei libri e trovo la poesia.

E’ proprio in “Traducendo Brecht”, poesia composta negli anni ’50-’60, che Fortini ribadisce l’importanza della reazione all’afasia di un poeta che è soprattutto “uomo”.

Un grande temporale

per tutto il pomeriggio si è attorcigliato

sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.

Fissavo versi di cemento e di vetro

dov’erano grida e piaghe murate e membra

anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando

ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,

ascoltavo morire la parola d’un poeta o il mutarsi

in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi

sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli

parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso

credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia

chi con dolcezza guida al niente

gli uomini e le donne che con te si accompagnano

e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici

scrivi anche il tuo nome. Il temporale

è sparito con enfasi. La natura

per imitare battaglie è troppo debole. La poesia

non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Fortini, che traduce Brecht poco prima della sua morte, alla fine degli anni 50, tende a riaffermare la forza del messaggio Brechtiano. Scrivi sapendo che non cambierai il mondo. Scrivi perchè sei uomo, scrivi per ribellarti, scrivi anche se nessuno ti leggerà.

Se anche noi, spesso, scriviamo il nostro nome nella lista dei nemici, se nulla è sicuro, nel turbinio degli orientamenti ideologici, non dobbiamo smettere di tentare. Il rischio è sempre quello di perdersi, ma non sarà, almeno secondo la lezione fortiniana – e brechtiana – un perdersi invano.

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