“Al termine del viaggio verso il paese, dopo l’oscurità prenatale e la durezza terrestre, la finitudine della poesia è luce, apporto dell’essere alla vita” René Char

Poesia come “ritorno al Paese”, come ricerca delle origini, in cui i versi sono veri e propri “bouts d’existence”, pezzi di esistenza, quasi frutto di una continua battaglia tra la realtà e la scrittura. Questa, in breve, la dichiarazione di poetica di René Char (1907-1988), poeta francese, che conosciamo, in traduzione, sia grazie a Vittorio Sereni che, io soprattutto, a Giorgio Caproni.

Classe 1907, Char visse attivamente l’esperienza della guerra e della Resistenza – fu il Capitano Alexandre – che tradusse nei versi che hanno una potenza unica, stringendo il lettore con la tagliente forza di un frammento acuminato. Frammenti dell’esistenza. Le poesie di Char sono soprattutto fulminei flashes di vita partigiana, che si traducono in illuminanti immagini, spesso nutrite anche da un fondo surrealista.

Poesia come esplosione degli istanti, di non sempre facile traduzione. Giorgio Caproni, nell’introduzione ai Feuillets d’Hypnos [Fogli d’Hypnos] (1943 – 1944) si domanda il motivo che l’aveva portato a tradurre l’opera di Char:

Perché, dunque?
Sapessi rispondere, saprei definire la poesia di Char: che fra tutte le “poesie” da me lette ed amate in questi ultimi anni, è la più lontana dall’ “idea di poesia” che ciascuno di noi (per tradizione, per educazione, per abitudine) possiede, e la più stretta al cuore della poesia stessa, dove la letteratura o la poesia-che-si-sapeva-già non porgono più alcun soccorso al lettore, e questi, coinvolto da capo a piedi in quei bouts d’existence incorruptibles che sono i poèmes, rimane perfettamente solo a sentirsi investito d’un potere – d’interiore libertà: d’uno slancio vitale e d’un coraggio morale – che per un istante egli crede di ricevere femminilmente dall’esterno, mentre poi s’accorge che tale ricchezza era già in lui, sonnecchiante ma presente, come se il poeta altro non avesse fatto che risvegliarla, non inventando ma scoprendo; e quindi suscitando un moto, più che d’ammirazione, di gratitudine. Ho sottolineato i tre vocaboli non per ammiccare, ma perché possono essere, penso, tre piccoli sesamo, offerti dallo stesso Char.

Questi “bouts d’existence” hanno una forza quasi haikaistica, come una favilla che accende il foglio bianco, un po’ illuminandolo, un po’ incendiandolo.

Riporto solo alcuni versi, tratti da “I Fogli d’Hypnos”

83

Le poète, conservateur des infinis visages du vivant.

Il poeta,
custode degli infiniti volti di tutto ciò che vive.

165

Le fruit est aveugle. C’est l’arbre qui voit.

Il frutto è cieco.
Solo l’albero ha occhi.

86

Les plus pures récoltes sont semées dans un sol qui
n’existe pas. Elles éliminent la gratitude et ne doivent
qu’au printemps.

I raccolti più puri hanno radici in un suolo
che non esiste. Eliminata la gratitudine,
sono debitori solo con la primavera.

Mi sono avvicinata alla lettura di Char, dicevo, durante i miei studi Caproniani. Soprattutto, curiosa, mi ritornava alla mente una poesia, contenuta in Res amissa, pubblicata postuma nel 1991, intitolata “Il fuoco e la cenere” in cui Caproni è la cenere, Char il fuoco.

Quel giorno colsi una pigna

nell’orto di Char.

Una pigna compatta e viva

come una sua poesia.

Non scorderò quel suo

berretto rosso. Il mio

era grigio. (Il fuoco e la cenere?). Non scorderò

quel suo volto solare.

Il grosso cane nero

che ci stava a guardare.

Non scorderò la fortuna

d’averlo sentito parlare.

Ecco, per me, continuano ad essere “Il fuoco e la cenere”. La nota al testo ricorda l’esistenza di una fotografia, scattata quel giorno, nel 1986 (“Conservo ancora la foto e la pigna”). Che a pensarli così, berretto in testa, mi fanno anche un po’ tenerezza.

La voce viva di Char, quasi un magico richiamo alla vita nello sfacelo generale della Storia, ci riporta all’importanza del quotidiano, come se la Poesia fosse proprio quell'”artigianato furioso”, che, dietro al semplice, nasconde la profondità di un dialogo filosofico con l’esistenza più profonda.

Les actions du poète ne sont que la consequence des
énigmes de la poésie.

Le azioni del poeta non sono che la conseguenza
degli enigmi della poesia.

Una poesia grande, che ci lascia un messaggio di umanità compatta, e resiste nel tempo.

Bisogna essere l’uomo della pioggia e il bambino del bel tempo.

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