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Ho finito ieri sera di leggere Il bambino indaco di Marco Franzoso (Einaudi Editore).

Una lettura tutta d’un fiato.

Una vicenda che mi ha lasciato così, con quello stesso – unico – fiato sospeso, franto.

Una storia d’amore, quella tra Carlo e Isabel che, in breve, si trasforma, dopo la nascita di Pietro, il bambino indaco del titolo, declinando in un vortice, dove l’amore, esasperato in fissazione, riduce le vite dei protagonisti ad essere null’altro che un incontro di solitudini. Fatale.

Una narrazione in tensione, in cui la costruzione sintattica delle frasi coinvolge direttamente il lettore, trascinandolo, nonostante la situazione finale si dimostri già chiara all’inizio, a ricercare il punto più alto delle cause che l’hanno prodotta. Il risultato è un senso di vertigine in cui è impossible non immedesimarsi.

Attraverso i fatti narrati si spiega quanto il forte legame che si può instaurare tra una madre e un figlio, se non correttamente impostato e se deviato dalla normalità, quasi banale, della Vita, possa portare conseguenze devastanti.

La ricerca di una purezza impossibile conduce alla distruzione di tutto. Del corpo nemico, del mondo, del Bene. In una climax ascendente che, paradossalmente, appare liberatoria, dimostrando che anche un vuoto può riempire.

Per tutto il corso della lettura ho provato una sorta di fame crescente, come una “fame dell’anima” e una conseguente nausea, in un groviglio di sentimenti che sfiora l’impotenza. Ho sentito un bisogno di casa, di calore, di consuetudini. Anche scontate.

E’ un libro scritto benissimo. Che consiglio.

Una storia che immerge, strazia. Libera. Nonostante tutto.

Il bambino indaco. Marco Franzoso.

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