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Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso
tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo
stati attesi sulla terra (Walter Benjamin, Sul concetto di storia,
Torino, Einaudi, 1997).

Nel 1981 mia madre aveva quarant’anni, tre figlie e un marito non proprio ideale.

Non è che fossi proprio attesa attesa.

Ma arrivai lo stesso. Ho sempre avuto un tempismo straordinario. Come la mia Generazione.

Occhi vispi, mi affaccio sul mondo da un trentennio in attesa di qualcosa. Di speciale.

                                                                                                              Me in 1985

“Risposte precise a domande precise”. Questo il sottotitolo del libro di Alessandro Aresu, Generazione Bim Bum Bam, che, letto con attenzione, invece di risolvere questioni, ne apre di nuove. Attraverso 131 quesiti, l’autore snocciola problematiche di un trentennio fondamentale per il nostro Paese, mai attentamente considerato nella sua profondità.

E il 1981 è proprio il punto di partenza per un’analisi acuta di un lasso di tempo che ha cambiato l’Italia e formato la mia esistenza, all’ombra della “cameretta” e della merenda, tra i cartoni e le sigle di un programma televisivo che stravolse per sempre il modo di fare televisione (ed educazione) per ragazzi.

All’ora di Bim Bum Bam abbiamo mangiato merendine, abbiamo riso e pianto, imparato a convivere con il senso della morte e dell’amicizia, della vita.

Poi abbiamo dovuto crescere, interpretando quello che avevamo appreso.

Ma non ce l’abbiamo fatta ad emergere. Non ancora, almeno. Che ci manchi la forza del gruppo, del canto? Preferiamo gridarci addosso la nostra imbecillità e restare fermi, nell’immobilità del pensiero, a piangerci addosso.

Secondo Aresu sono due i modi per agire e reagire “Una è giocare e fare sul serio allo stesso tempo, e l’altra è pensare di essere un popolo di imbecilli e darci degli imbecilli a vicenda. La prima è divertente, la seconda inutile.”

Costruire qualcosa non sarà sicuramente facile, ma è necessario provarci.

“Che i miracoli esistano o no, ciò che conta è saper vivere
dopo che sono finiti, come quando la porta della cameretta
si spalanca, alla fine di Bim Bum Bam. È difficile.”

Nel 1981 non so se i miei genitori fossero pronti per il mio arrivo. Me lo chiedo spesso, me lo sono chiesta molte volte durante la mia esistenza. Giustamente.

E’ bello pensare di sì.

Mi sento fortemente implicata in un discorso di costruzione e ricostruzione della mia Generazione Perduta. Anche se rimpiango i pomeriggi in cameretta, so che saranno sempre con me.

E a volte, in realtà, una merenda ci scappa ancora.

E’ necessario sentirsi attesi per non vivere inutilmente.

Già. Proprio così.

A. Aresu, Generazione Bim Bum Bam, Mondadori, 2012.

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