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Giorni come uno schiaffo teso sul viso, in cui il vento freddo sembra un ammonimento. Un richiamo.

A vivere davvero. Ad essere, davvero.

Ma spesso si cammina in sentieri assolati cercando solo l’ombra, abbagliati. In controluce, perdiamo il verso delle cose.

Giorni che ci chiedono di più, mentre sappiamo dare poco.

Ore senza controllo, in cui, pensando di voler custodita la nostra libertà ci riscopriamo custodi di nulla.

Assolvere, risolvere, dissolvere. Come un mantra mastichiamo i nostri giorni, con la paura di perdere più che con il coraggio di costruire.

Pensieri che tornano alla mente senza sosta, problemi che non sarebbe difficile affrontare, se solo imparassimo a crescere.

Ma in una sera come tante, come questa, in cui mi ritrovo ad assolvere la catarsi della scrittura, cercando di assolvermi per la leggerezza con cui affronto le questioni cruciali, di dissolvere trame esistenziali  – di risolvere il Futuro, insomma – mi torna alla mente una poesia.

E’ di Giovanni Giudici, poeta scomparso da poco, a cui sono legata per affinità di idee, nel programma poetico mirato alla costituzione di una “vita in versi”, in cui la parola va formando un’ “autobiologia” di un’ esistenza terrena, fisica, la cui realtà si presenta spesso con semplicità disincantata.

Ed è a “Una sera come tante” che ritorna il pensiero quando mormoro “domani, domani…sapendo che il nostro domani era già ieri da sempre”.

E’ necessario non lasciare appassire le proprie idee per vivere una vita autentica? Credo di sì.

Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremmo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?

Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di un futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.

Giovanni Giudici

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