Ci sono incontri casuali, imprevisti. Spesso sono quelli capaci di segnare, se non una vita, alcune scelte di gusto e di stile.

Avvenne così, quando mi imbattei, per la prima volta, nella scrittura di Dino Buzzati.

Avevo, non so, 12 anni o giù di lì. Andavo spesso in biblioteca con mia sorella. Tutti quei libri, per me, una vera manna. Non possedendo una grande cultura letteraria, vista anche l’età, sceglievo i miei libri seguendo alcuni criteri: copertina, titolo, consistenza.

Ed ecco, mi venne tra le mani il volume de “Le notti difficili” di Dino Buzzati. Era Blu, quasi anonimo nella sua sobrietà, titolo inciso, lettere d’oro.

Le notti

difficili.

Bel titolo.

Lo presi. Era già piuttosto usurato, ma mi piaceva quella rilegatura rigida, blu, mi sembrava un libro di quelli “veri”, seri.

Era estate e, allora (in effetti questa è una consuetudine che mi porto dietro a tutt’oggi) amavo leggere la sera, all’imbrunire. Iniziai i racconti.

Già il primo, “Il Babau”, aveva un titolo evocativo. Mi inquietava.

Ma non riuscivo a smettere di  leggere. Ero una ragazzina suggestionabile, ma molto curiosa.

Continuai.

Mi affascinava la scrittura, così chiara, ma anche allusiva. Mi sembrava di vedere tutto.

Immaginavo tutto, come se la parola creasse figure e scene, film mentali che scorrevano sulla mia retina, proiettati con dovizia di dettagli.

Saltai qualche racconto.

Leggevo trepidante, aspettando il finale colpo di scena che, immancabile, arrivava a spezzarmi il fiato.

Mi faceva paura quel Babau le cui “dimensioni di struttura fisica erano ignote” “come è di molte creature registrate nell’anagrafe delle leggende”, ma ormai il meccanismo della lettura si era impadronito dei miei sensi e li aveva veicolati tutti all’attenzione e all’inquietudine.

Deglutivo quando pensavo all'”influsso degli astri” e agli oroscopi del Monitore, in cui riconobbi, anni dopo, qualcosa di altamente Kafkiano, nell’assurità della condizione umana; trattenevo il fiato quando notavo l’assoluta “familiarità” con funerali e cimiteri che traspariva dalle righe di molti racconti.

Ma la narrazione mi rapiva. Ero sua, era mia.

Da adolescente vezzosa, mi prese molto da vicino la vicenda della saponetta magica, per anni sperai di poterne acquistare una. Potere delle parole.

C’erano nuvole a forma di testa umana, di generali allora sconosciuti, macchine, maschili e femminili, personaggi bizzarri.

Non avevo un ordine preciso nella lettura. Sceglievo a caso, sapevo che la mia pigrizia di allora non avrebbe portato a finirli tutti.

Una sera d’estate aprii il libro sui “Tre racconti dal Veneto”. Ecco, per me, le Notti difficili, che poi ho riletto più recentemente, sono soprattutto quello.

La torre. La maga. La sosia.

La sosia, per carità. Occupò i miei incubi di bambina per una notte, forse di più.

La vedevo, vedevo pure il golfino sull’inferriata del cimitero.

Marion, indelebile ricordo d’adolescenza.

Oggi mi fa molto tenerezza.

Letto all’imbrunire creò in me quel sentimento del “perturbante” hoffmanniano che mi porto dentro tuttora.

Ho conosciuto Buzzati a 12 anni. Per caso.

Una scrittura che rapisce, inquieta, incanta.

Il sapiente modo di arrivare al cuore trasformando leggende metropolitane e segrete inquietudini in letteratura “alta”. Pura.

Annunci