“L’alba vinceva l’ora mattutina / che fuggia innanzi, sì che di lontano / conobbi il tremolar della marina. / Noi andavam per lo solingo piano / com’om che torna alla perduta strada, / che’nfino ad essa li pare ire invano. Dante, Purg., I, vv.115/120

Con questi versi sul comodino, il 22 gennaio 1990 Giorgio Caproni, uno tra i “Grandi” della poesia del Novecento, se ne andava, “nel gelo della mattina”.

E proprio quest’anno che ricorre il centenario della sua nascita, sempre a gennaio, mi sento di dedicare all’autore “di tutta la vita” un pensiero, piccolo.

Il 22 gennaio 1990. Io alle Elementari, Lui, nell’Eterno, quell’Eterno di cui aveva dissertato tutta la vita, con poesie al limite dell’ateologia, tanto da venir segnalato, a torto, con l’etichetta dell’ateo.

Il suo vero Dio, però, a parte un discorso prettamente religioso e personale, che non ho strumenti per affrontare in modo compiuto, credo sia stata la poesia.

Muore con Dante sul comodino, quel Dante conosciuto nell’infanzia, un Dante Purgatoriale, che molto ha caratterizzato la sua opera, a partire da “Il seme del piangere”. Una poesia in “salita”, nell’eterna ricerca di un “ritorno” ad un bene perduto, la “res amissa” (titolo della raccolta pubblicata postuma proprio nel 1990, a cura dell’amico G. Agamben)

Se ne va, in silenzio, senza disturbare. Il che, credo, si addica molto alla sua figura.

Muore che ancora non sapevo nulla di lui, nemmeno lontanamente. Il nostro incontro avverrà solo molti anni dopo. Ma sarà amore a prima vista. Lo studio e la passione ne hanno fatto un poeta della mia anima.

In quesi versi così musicali, dal sapore antico, che per molto tempo lo hanno relegato ad una posizione marginale, nella sua lontananza da ogni avanguardia o qualsivoglia “categoria”, io ravviso, oggi più che mai, il sapore dell’immortale, di ciò che non è soggetto alle mode, dunque non invecchia, nè perisce.

La facilità apparente, risulta, per contro, la traduzione perfetta della complessità della vita. E mi sembra proprio che, leggendo Caproni, si possa applicare il proustiano “Chi legge un poeta, in fondo, non fa che leggere se stesso”.

Sulla sua tomba, in Val Trebbia, soltanto il nome.

Tra gli appunti del poeta, in quei giorni dolorosi, furono trovati questi versi:

“Lasciate senza nome, senza /data, la pietra bianca / che un giorno mi coprirà/ col sole prenderà / (forse) il colore delle mie ossa / – sarà, / nella sua cornice nera / la mia faccia, vera”.

Quel 22 gennaio, la “res amissa” è stata la sua voce, che spetta a noi conservare.

Atque in perpetuum frater…

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